RITORNO ALLE RADICI DELLA MISSIONE
di DAVID BOSCH, teologo sudafricano


(dossier della rivista missionaria saveriana
Missione Oggi di Giugno-Luglio 1998)




Presentazione

Nella sua storia, la missione non ha avuto un unico volto, ma ha presentato molteplici teologie
e prassi: diversità che non necessariamente si escludono, ma sono complementari e si interpellano. Questo era già vero per la chiesa primitiva: gli autori del Nuovo Testamento,
pur nell'unità di fondo, mostrano comprensioni differenti della missione.
La varietà delle "teologie della missione" è dovuta non solo alla ricchezza dell'autocomunicazione di Dio in Gesù, ma anche alla diversità dei contesti socioculturali in cui essa viene annunciata. La teologia è nata come "accompagnamento della missione": è l'incontro missionario con il mondo che obbliga le chiese a fare teologia.
In questo Dossier vedremo, almeno per cenni, come Gesù ha inteso e vissuto la sua missione, poi come Matteo, Luca e Paolo l'hanno interpretata, in contesti diversi, nelle loro comunità.
Il Dossier è tratto dall'opera magistrale di David Bosch, Transforming mission, in una nostra libera riduzione.
Ai nostri amici l'avevamo annunciato con il titolo I molti volti della missione nel N.T.
Abbiamo preferito modificarlo, a sottolineare non solo il fatto che non è pensabile l'imposizione di un'unica idea di missione, uniforme per tutti i contesti, ma anche il fatto che ogni epoca deve creativamente ritornare, come riferimento necessario, alle radici della missione: quella vissuta da Cristo e dai primi cristiani.
È un duplice richiamo che ci sembra utile proporre.

MEO ELIA




1. COME GESU' HA VISSUTO

LA MISSIONE

Il primo cambiamento del modello di missione si è verificato con Gesù di Nazareth:
l'azione sua e della chiesa degli inizi presentano differenze decisive nei confronti dell'Antico Testamento, anche rimane però essenziale per cogliere la natura della missione di Gesù e
dei suoi seguaci.
C'è, infatti, una chiara differenza tra la fede di Israele e le religioni dei popoli vicini.
Queste sono legate alla natura e ai suoi cicli, mentre Israele parte dall'affidarsi al Dio che li ha liberati dall'Egitto: è il Dio che agisce nella storia in favore dei poveri, come inizio e pegno del suo intervento decisivo che farà alla fine. In questa luce, la fede di Israele comprende anche la finalità della sua elezione: Dio l'ha scelto per un servizio e se questo non è compiuto, l'elezione perde il suo senso.
Il servizio che Dio chiede al suo popolo implica precisi impegni nei confronti di quanti sono esclusi al suo interno: orfani, vedove, poveri, forestieri.
Ma, nella sua storia, ben presto prende coscienza che la compassione di Dio abbraccia anche tutti i popoli. Il Dio di Israele è Creatore e Signore del mondo intero e perciò Israele può capire la propria storia solo in collegamento con la storia delle nazioni pagane, mai come una storia a parte. Soprattutto il libro di Giona e il secondo di Isaia richiamano questa dimensione. Isaia e i Salmi parlano di un Dio che condurrà le nazioni pagane a Gerusalemme, perché lo adorino insieme al popolo dell'alleanza.
Ma, insieme a questa prospettiva incoraggiante, c'è un retroterra molto meno positivo: in realtà Israele non vuole andare verso le nazioni pagane e invitarle a credere nel Signore.
Non c'è da stupirsi, quindi, se nel corso dei tempi sia stato l'atteggiamento negativo a
prevalere nei confronti dei "pagani".
Quanto più si deteriorava la propria situazione politica e sociale, quanto più cresceva l'attesa del giorno in cui il Messia sarebbe venuto a sconfiggere le nazioni pagane e "a ricostruire" Israele.
Questa speranza era in genere legata a idee fantasiose di dominio del mondo da parte di Israele, a cui tutti sarebbero stati sottomessi.

LA NOVITÀ DI GESÙ


Alla nascita di Gesù, era questo il clima dominante. Sì, c'erano i proseliti e i timorati di Dio,
due categorie di "pagani" attratti dal giudaismo, ma lo erano per iniziativa propria: generalmente i pii giudei non si preoccupavano per nulla degli altri gruppi.
Spesso non si preoccupavano neppure di tutti i membri della propria razza.
Già vari secoli prima di Cristo, si era fatta strada la convinzione che non tutto Israele si
sarebbe salvato, ma solo un resto fedele. Vari gruppi religiosi del giudaismo ritenevano se stessi questo "resto" e mettevano tutti gli altri, anche i compatrioti giudei, fuori dalla società. L'azione di Giovanni Battista si colloca in questo contesto.
Nella sua ottica non era più pensabile che "tutto" Israele fosse eletto: i giudei che lo circondavano erano "una razza di vipere" e uguagliati ai pagani, fuori dall'alleanza: chi si pentiva doveva sottomettersi al rito del battesimo allo stesso modo dei pagani che si convertivano al giudaismo.
Sta qui la netta differenza tra Gesù e i gruppi religiosi giudei del suo tempo, Giovanni Battista compreso. Gesù, giudeo, sente di avere una missione verso "tutto" Israele.
Percorre in lungo e in largo il paese, invia i discepoli a tutti, il numero stesso dei Dodici è in riferimento alle 12 tribù del suo popolo.
Il comportamento
di Gesù è un continuo superare le pratiche e le strutture che escludevano qualche parte del suo popolo dalla comunità israelita: lebbrosi, poveri, esattori di imposte, prostitute, popolo semplice che ignorava la Legge.
L'establishment giudeo li emarginava, con semplicità Gesù accosta queste "pecore perdute della casa d'Israele", questi "ultimi".
Per gli ambienti religiosi era particolarmente scandaloso che Gesù frequentasse gli esattori: erano considerati dei traditori della causa giudea, collaboratori dei Romani e sfruttatori della propria gente. Gesù non li evita.
Si invita lui stesso in casa di Zaccheo, chiama Levi a lasciare il suo lavoro e seguirlo.
La sua chiamata è un gesto gratuito, che ristabilisce una comunione e inizia una nuova vita anche per gli esattori.
La tradizione, soprattutto quella trasmessa da Luca, parla di Gesù "speranza dei poveri". Poveri è un nome generico che comprende spesso le categorie già citate.
Se sono tali è perché le circostanze (o, più esattamente, i ricchi e i potenti) sono state dure nei loro confronti. Sono angosciati per il domani e preoccupati per il cibo e il vestito.
"Dacci il pane di questo giorno" era una preghiera per la sopravvivenza.
Attraverso l'azione di Gesù, Dio inaugura il suo Regno escatologico in favore dei poveri e dei messi da parte.
"Nel contesto della religione ebraica, non ci poteva essere una rivendicazione più forte" (Schottroff).

UNA MISSIONE INGLOBANTE

Colpisce il carattere "inglobante" della missione di Gesù.
Riguarda i ricchi e i poveri, gli oppressi e gli oppressori, i peccatori e le persone pie.
La sua missione mira a sbloccare le separazioni e a far crollare i muri di inimicizia tra le persone e i gruppi. Come Dio gratuitamente ci perdona, anche noi dobbiamo perdonare chi
ci ha fatto dei torti, senza limiti.
Tutto questo è particolarmente evidente nei Logia (i detti) della fonte Q, che annunciatori itineranti diffondevano in tutta la Palestina, prima ancora della stesura dei Vangeli.
La principale insistenza è l'amore dei nemici, per riuscire a guadagnare, se possibile,
questi stessi nemici. Rifacendosi alla magnanimità di Dio, i discepoli di Gesù non si definiscono in opposizione con quelli che non lo sono.
Anche le profezie più dure non vogliono essere che appelli estremi al pentimento.
Gli annunciatori sono pronti a perseverare fino a che l'ultimo israelita ribelle sia ritrovato e condotto all'ovile, ma non blandiscono e non fanno costrizioni: il loro è un invito.
I "pagani" figurano spesso nei Logia (Gesù loda la fede del centurione romano e della donna cananea), ma l'orizzonte di Gesù rimane il quadro della fede e della vita religiosa giudea del primo secolo, anche se lo supera con il puntare a tutto Israele e non solo ad un piccolo resto. Ma attenti, questo non è un accordo con i teologi che attribuivano l'idea della missione ai pagani non al Gesù terreno, ma ad un insieme di circostanze socioreligiose e all'apporto di alcuni iniziatori, in particolare Paolo.
Il fondamento della missione universale risale a Gesù stesso.
È stata la natura della sua azione, che rompeva tutte le barriere, a creare nei suoi discepoli
la convinzione che l'alleanza di Dio si allargava oltre le frontiere d'Israele.

Richiamiamo alcuni tratti salie
nti del ministero di Gesù.

1 -La proclamazione del Regno di Dio
È il centro di tutto il ministero di Gesù.
Nel suo tempzi si implicano reciprocamente. Matteo indica alla sua comunità la missione ad gentes attraverso un'intelligente organizzazione del materiale di cui disponeva.

- Dall'inizio alla fine del suo Vangelo, i "pagani" hanno un ruolo importante: ad esempio, le quattro donne non israelite nella genealogia di Gesù; la visita dei magi; il centurione di Cafarnao che porta Gesù ad affermare che molti non-giudei prenderanno parte al banchetto finale con i patriarchi; la dichiarazione di Gesù che il Vangelo sarà predicato a tutte le genti; la confessione del centurione romano sotto la croce "veramente costui era il Figlio di Dio".
- Vanno aggiunte le sistematiche annotazioni che mettono i "pagani" in buona luce: Gesù sottolinea la loro fede, la loro spontanea e calda reazione nei suoi confronti, spesso confrontata con l'assenza di una simile risposta da parte dei giudei.

3. LA MISSIONE IN LUCA:

PRATICA DEL PERDONO
E SOLIDARIETÀ CON I POVERI

All'inizio dell'attività di Gesù, Luca pone l'episodio della Sinagoga di Nazareth (4,16-30), che presenta come programmatico di tutta la sua missione. Sottolinea almeno tre temi fondamentali: il posto centrale dei poveri; il rifiuto dello spirito di vendetta; l'apertura gratuita del Regno di Dio a tutti, s
enza diritti e pretese da parte di nessuno e senza preclusioni, dentro e fuori d'Israele.

Come il Vangelo di Matteo può essere colto nel suo insieme solo nella prospettiva del suo
brano
finale, così è per il Vangelo di Luca: fin dalle prime battute è rivolto verso il suo punto culminante, che riassume la visione di Luca sulla missione: "Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: Sta scritto che il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il 3° giorno e nel suo nome saranno predicate a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso. Voi rimanete in città finché non sarete rivestiti di potenza dall'alto" (Lc 24,45-49).
Gli stessi elementi sono ripresi all'inizio degli Atti e costituiscono il legame tra i due libri di Luca, con i quali vuole far risaltare lo stretto rapporto tra la missione di Gesù e della chiesa: la prima va dalla Galilea a Gerusalemme, la seconda va da Gerusalemme a Roma: "Riceverete una potenza, quella dello Spirito che verrà su di voi; allora mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At 1,8).
Già dai due testi richiamati appare come per i due libri di Luca la missione è una dimensione centrale: qualcuno arriva a dire che è il tema dominante della sua opera. C'è un altro testo fondamentale, a cui Dupont attribuisce la stessa funzione programmatica che il Sermone della montagna ha per Matteo: è il racconto che Luca pone come introduzione a tutto il ministero di Gesù: l'episodio della sinagoga di Nazareth (4,16-30). Qui ci preme far notare il terzo contenuto, da noi già richiamato: l'allusione di Gesù alla missione futura presso i non-giudei. Nello spirito di Luca, l'episodio di Nazareth prepara la missione presso i "pagani"; per lui, il ministero di Gesù, fin dagli inizi, è già orientato in senso universale.

UNA MISSIONE UNIVERSALE,

MA CHE PARTE DA GERUSALEMME

L'attenzione data da Luca agli incontri di Gesù con i Samaritani va vista nella stessa ottica:
la missione nei loro confronti costituisce l'inizio della missione fra i non-giudei e fa parte del piano di Dio.

Agli occhi dei nazionalisti giudei, i Samaritani erano al livello più basso dei valori religiosi e morali. Gesù mostra, nel Vangelo di Luca, una scandalosa simpatia e apertura nei loro confronti: anche se si erano rifiutati di accoglierlo, proibisce di invocare la vendetta su di loro, come Giovanni e Giacomo chiedevano (9,51-56); colui che dai giudei non era neanche considerato un uomo, viene posto come esempio di solidarietà, nella parabola del "buon Samaritano" (10,25-37); dei dieci lebbrosi guariti, solo uno, "il Samaritano" ritorna a ringraziare Gesù e si sente dire "alzati, la tua fede ti ha salvato" (17,11-19).
Non ci sono preclusioni: con Gesù il tempo della salvezza è arrivato per tutti, compresi quelli che venivano disprezzati.

Va notato, però, che in Luca il superamento delle esclusioni e la prospettiva universale si accompagnano ad un suo netto atteggiamento positivo verso il popolo giudeo, la sua religione e cultura. Unico non giudeo tra gli scrittori del Nuovo Testamento, Luca mette in luce, soprattutto nei racconti dell'infanzia, il significato teologico di Israele: Gesù è presentato come il Salvatore del popolo dell'antica alleanza: "Ha soccorso Israele, suo servo", canta Maria; al termine stesso degli Atti, Paolo dichiara che "è a causa della speranza di Israele" che porta le catene.
Nella concezione teologica della missione di Luca ha un ruolo speciale Gerusalemme: non solo è la destinazione del pellegrinaggio di Gesù, il luogo della sua morte e delle apparizioni del risorto (nel suo Vangelo avvengono tutte a Gerusalemme), ma anche è il luogo dell'ascensione, della Pentecoste e il punto di partenza della missione verso Israele stesso.
Di solito si insiste sul rifiuto che molti giudei hanno apposto a Gesù e agli apostoli: è stato questo rifiuto - si dice - ad avere "provocato" la missione ai "pagani". Per Luca non è così: mostra che, anche dopo i rifiuti, gli apostoli hanno continuato a predicare anche ai giudei;
non solo, ma sottolinea le molte risposte positive, addirittura in crescendo: 3.000 convertiti in
At 2,41; 5.000 in At 4,4; "moltitudini sempre più numerose" in At 6,7; "migliaia di giudei" in
At 21,20.

Luca sottolinea, cioè, che Israele non ha rifiutato il Vangelo, ma si è diviso nei suoi confronti: una parte l'ha rifiutato e una parte l'ha accolto. Questa parte costituisce il vero Israele, purificato, "restaurato"; chi invece, ha rifiutato si è escluso da solo. La chiesa, agli occhi di Luca, è formata dalla comunità dei giudei convertiti; a questi si aggiungono i convertiti di origine pagana. A Pentecoste molti giudei diventarono ciò che essi erano, Israele; in seguito, i "pagani" sono stati incorporati nel seno d'Israele. I cristiani di origine pagana fanno parte d'Israele, non sono un "nuovo" Israele: la conversione significa essere chiamati a partecipare all'alleanza fatta con Abramo. Non ci sono fratture nella storia della salvezza: le promesse fatte ai padri sono state adempiute. La chiesa nasce dal seno dell'antico Israele; non è un'intrusa che si arroga le prerogative dell'Israele storico.

I PRINCIPALI ELEMENTI DEL MODELLO MISSIONARIO DI LUCA


I - La stretta articolazione tra lo Spirito Santo e la missione.
Luca si interessa al fatto che la storia continua, Gesù non è ritornato subito. Riporta il racconto dei due discepoli di Emmaus: ora si può fare esperienza di Gesù in modo totalmente nuovo: è presente ed in azione nella comunità cristiana grazie al suo Spirito di risorto.
Già il ministero di Gesù avveniva sotto la guida dello Spirito (Lc 3,22), ma è soprattutto la missione dei discepoli che Luca attribuisce all'iniziativa dello Spirito.
Possiamo notare tre azioni fondamentali:

1° - Lo spirito spinge i discepoli ad intraprendere la missione.
Essi si consacrano alla testimonianza subito dopo, e solo dopo, essere stati rivestiti dalla "forza dall'alto". Lo stesso Spirito che ha condotto Gesù in Galilea (Lc 4,1. 14.16) spinge ora con forza i discepoli alla missione: diventa il catalizzatore e la guida della missione. L'evento decisivo è la Pentecoste: lo Spirito che era sceso su Gesù al suo battesimo, ora scende per il secondo "battesimo"
(Atti 1,5). La missione è la diretta conseguenza dell'effusione dello Spirito. Essa non è un "comando", ma una "promessa": il dono dello Spirito è di essere coinvolti nella sua missione. Altri dirigono da fuori, Cristo dal di dentro: non comanda, ispira. Luca parla di persone che sono investite dallo Spirito e da lui condotte ad agire in sintonia con lui.

2° - Lo Spirito guida i missionari e mostra loro le vie e i metodi. Essi non hanno dei propri progetti, ma devono attendere le direttive dello Spirito. Fondamentale è il racconto di Pietro presso Cornelio: l'iniziativa dell'apertura ai "pagani" è dello Spirito, che conferma con una seconda Pentecoste (At 10,44-48). Pietro si giustifica dinanzi alla comunità di Gerusalemme:
è lo Spirito che gli "ha detto di non esitare" a recarsi da Cornelio (At 11,12).
Altri esempi: il Concilio di Gerusalemme (At 8,29); l'invio di Paolo e Barnaba (At 13,2-4);
l'inizio della missione in Europa (16,9); la spinta continua ad andare oltre, ad uscire
(At 13, 46-48).

3° - Lo Spirito che spinge alla missione è uno Spirito di potenza (dunamis).
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