Sintesi Libro di Giobbe



Capitolo I

C'era nella terra di Uz un uomo chiamato Giobbe: temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli
e tre figlie, era il più grande fra tutti i figli d'oriente. Un giorno, i figli di Dio andarono a presentarsi davanti al Signore e anche satana andò in mezzo a loro. Il Signore chiese a satana: <<Da dove vieni?>>.
Satana rispose al Signore: <<Da un giro sulla terra, che ho percorsa>>.
Il Signore disse a satana: <<Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra:
uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male>>.
Satana rispose al Signore e disse: <<Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto è suo? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo
bestiame abbonda di terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia!>>. Il Signore disse a satana: <<Ecco, quanto possiede è in tuo potere, ma non stender la mano
su di lui>>. Satana si allontanò dal Signore.
Ora accadde che mentre i suoi figli e le sue figlie stavano mangiando in casa del fratello maggiore, un messaggero venne da Giobbe e gli disse: << I Sabei sono piombati sui buoi e li hanno predati e hanno
passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo >>.
Entrò un altro e disse: <<Un fuoco divino si è attaccato alle pecore e ai guardiani e li ha divorati. Sono scampato io >>.
Entrò un altro e disse: <<I Caldei si sono gettati sopra i cammelli e li hanno presi e hanno passato a fil di spada i guardiani. Sono scampato io solo >>.
Mentr'egli ancora parlava, entrò un altro e disse: <<I tuoi figli e le tue figlie stavano mangiando e bevendo
in casa del loro fratello maggiore, quand'ecco un vento impetuoso si è scatenato da oltre il deserto:
ha investito i quattro lati della casa, che è rovinata sui giovani e sono morti.
Sono scampato io solo che ti racconto questo>>.
Allora Giobbe si alzò e si stracciò le vesti, si prostrò e disse: <<Nudo uscii dal seno di mia madre,
e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!>>.
In tutto questo Giobbe non peccò e non attribuì a Dio nulla di ingiusto.

Capitolo II

Un giorno i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, anche satana andò in mezzo a loro a presentarsi
al Signore. Il Signore disse a satana: <<Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui
sulla terra.Egli è ancor saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di lui, senza ragione, per rovinarlo>>.
Satana rispose al Signore: <<Pelle per pelle; tutto quanto ha, l'uomo è pronto a darlo per la sua vita.
Ma stendi un poco la mano e toccalo nell'osso e nella carne e vedrai come ti benedirà in faccia!>>.
Il Signore disse a Satana: <<Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita>>.
Satana si allontanò dal Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima
del capo. Sua moglie disse: <<Rimani ancor fermo nella tua integrità? Benedici Dio e muori!>>.
Ma egli le rispose: << Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare il male?>>.
Nel frattempo tre amici di Giobbe erano venuti a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz il Temanita, Bildad il Suchita e Zofar il Naamatita, e si accordarono per andare a condolersi con lui e a consolarlo.
Alzarono gli occhi da lontano ma non lo riconobbero e, dando in grida, si misero a piangere.
Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti, e nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore.

Capitolo III

Giobbe prese a dire: Perisca il giorno in cui nacqui e la notte in cui si disse: <<E` stato concepito un uomo!>>. Quel giorno lo rivendichi tenebra e morte. Quel giorno lo possieda il buio e non si aggiunga ai giorni dell'anno. Perché non sono morto fin dal seno di mia madre e non spirai appena uscito dal grembo? Sì, ora giacerei tranquillo, dormirei e avrei pace. Perché dare la luce ad un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a un uomo, la cui via è nascosta e che Dio da ogni parte ha sbarrato? Così, al posto del cibo entra il mio gemito, e i miei ruggiti sgorgano come acqua, perché ciò che temo mi accade e quel che mi spaventa mi raggiunge.

Capitolo IV

Elifaz il Temanita disse: << Ecco, tu hai istruito molti e le tue parole hanno sorretto chi vacillava e le
ginocchia che si piegavano hai rafforzato. Ma ora questo accade a te e ti abbatti.
La tua pietà non era forse la tua fiducia? Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie. A un soffio di Dio periscono. A me fu recata, furtiva, una parola e il mio orecchio ne percepì
il lieve sussurro. Nei fantasmi, tra visioni notturne, quando grava sugli uomini il sonno, terrore mi prese e spavento e tutte le ossa mi fece tremare; un vento mi passò sulla faccia, e il pelo si drizzò sulla mia carne...Stava là ritto uno, di cui non riconobbi l'aspetto... Un sussurro e una voce si fece sentire:
<<Può il mortale essere giusto davanti a Dio o innocente l'uomo davanti al suo creatore? Ecco, dei suoi
servi egli non si fida e ai suoi angeli imputa difetti; quanto più a chi abita case di fango, che nella polvere
hanno il loro fondamento! Come tarlo sono schiacciati, annientati fra il mattino e la sera: senza che nessuno
ci badi, periscono per sempre >>.

Capitolo V

Chiama, dunque! Ti risponderà forse qualcuno? E a chi fra i santi ti rivolgerai?
Io ho visto lo stolto metter radici, ma imputridire la sua dimora all'istante.
I suoi figli sono lungi dal prosperare.
Non esce certo dalla polvere la sventura né germoglia dalla terra il dolore, ma è l'uomo che genera pene,
come le scintille volano in alto. Io, a Dio esporrei la mia causa: a lui, che fa cose grandi, che dà la pioggia
alla terra. Colloca gli umili in alto e gli afflitti solleva a prosperità; rende vani i pensieri degli scaltri e le loro mani non ne compiono i disegni; coglie di sorpresa i saggi nella loro astuzia.
Di giorno incappano nel buio e brancolano in pieno sole come di notte, mentre egli salva dalla loro spada l'oppresso.
Felice l'uomo, che è corretto da Dio: perciò tu non sdegnare la correzione dell'Onnipotente, perché egli fa
la piaga e la fascia. Nella carestia ti scamperà dalla morte e in guerra dal colpo della spada; sarai al riparo al flagello della lingua, né temerai quando giunge la rovina.
Della rovina e della fame ti riderai.
Conoscerai la prosperità della tua tenda, visiterai la tua proprietà e non sarai deluso.
Vedrai, numerosa, la prole, i tuoi rampolli come l'erba dei prati. Te ne andrai alla tomba in piena maturità, come si ammucchia il grano a suo tempo.
Ecco, questo abbiamo osservato: è così. Ascoltalo e sappilo per tuo bene.

Capitolo VI

Giobbe rispose: Se sulla stessa bilancia si ponesse la mia sventura... certo sarebbe più pesante della sabbia del mare! Per questo temerarie sono state le mie parole, perché le saette dell'Onnipotente mi stanno infitte, sì che il mio spirito ne beve il veleno e terrori immani mi si schierano contro! Ciò che io ricusavo di toccare questo è il ributtante mio cibo! Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e sopprimermi!
Qual la mia forza, perché io possa durare, o qual la mia fine, perché prolunghi la vita?
Non v'è proprio aiuto per me? A chi è sfinito è dovuta pietà dagli amici, anche se ha abbandonato il timore di Dio. I miei fratelli mi hanno deluso come un torrente, sono dileguati come i torrenti delle valli, i quali sono torbidi per lo sgelo, si gonfiano allo sciogliersi della neve, ma al tempo della siccità svaniscono e all'arsura scompaiono dai loro letti. >> Istruitemi e allora io tacerò, fatemi conoscere in che cosa ho sbagliato.
Ora degnatevi di volgervi verso di me: davanti a voi non mentirò. Su, ricredetevi: la mia giustizia è ancora qui! C'è forse iniquità sulla mia lingua?

Capitolo VII

Non ha forse un duro lavoro l'uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario?
Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me son toccati mesi d'illusione e notti di dolore mi sono state assegnate.
Se mi corico dico: <<Quando mi alzerò?>>. Ricordati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà
più il bene. Non mi scorgerà più l'occhio di chi mi vede: i tuoi occhi saranno su di me e io più non sarò.
Ma io non terrò chiusa la mia bocca, parlerò nell'angoscia del mio spirito!
Quando io dico: <<Il mio giaciglio mi darà sollievo, il mio letto allevierà la mia sofferenza>>, tu allora mi spaventi con sogni. Lasciami, perché un soffio sono i miei giorni. Che è quest'uomo che tu nei fai tanto conto
e a lui rivolgi la tua attenzione e lo scruti ogni mattina e ad ogni istante lo metti alla prova?
Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi lascerai inghiottire la saliva?
Se ho peccato, che cosa ti ho fatto, o custode dell'uomo? - 2 -

Capitolo VIII

Allora prese mi ha abbattuto, essi han rigettato davanti a me ogni freno. A destra insorge la ragazzaglia; smuovono i miei passi e appianano la strada contro di me per perdermi. Hanno demolito il mio sentiero, cospirando per la mia disfatta e nessuno si oppone a loro.
Avanzano come attraverso una larga breccia, sbucano in mezzo alle macerie. I terrori si sono volti contro di me; si è dileguata, come vento, la mia grandezza e come nube è passata la mia felicità.
Ora mi consumo e mi colgono giorni d'afflizione. Di notte mi sento trafiggere le ossa e i dolori che mi rodono non mi danno riposo. A gran forza egli mi afferra per la veste, mi stringe per l'accollatura della mia tunica.
Mi ha gettato nel fango: son diventato polvere e cenere. Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta. Tu sei un duro avversario verso di me e con la forza delle tue mani mi perseguiti; mi sollevi e mi poni a cavallo del vento e mi fai sballottare dalla bufera.So bene che mi conduci alla morte, alla casa dove si riunisce ogni vivente. Ma qui nessuno tende la mano alla preghiera, né per la sua sventura invoca aiuto.
Non ho pianto io forse con chi aveva i giorni duri e non mi sono afflitto per l'indigente?
Eppure aspettavo il bene ed è venuto il male, aspettavo la luce ed è venuto il buio.
Le mie viscere ribollono senza posa e giorni d'affanno mi assalgono. Avanzo con il volto scuro, senza conforto, nell'assemblea mi alzo per invocare aiuto. Sono divenuto fratello degli sciacalli e compagno degli struzzi.
La mia pelle si è annerita, mi si stacca e le mie ossa bruciano dall'arsura. La mia cetra serve per lamenti
e il mio flauto per la voce di chi piange.

Capitolo XXXI

Avevo stretto con gli occhi un patto di non fissare neppure una vergine. Che parte mi assegna Dio di lassù e che porzione mi assegna l'Onnipotente dall'alto? Non è forse la rovina riservata all'iniquo e la sventura per chi compie il male? Non vede egli la mia condotta e non conta tutti i miei passi? Se ho agito con falsità e il mio piede si è affrettato verso la frode, mi pesi pure sulla bilancia della giustizia e Dio riconoscerà la mia integrità. Se il mio passo è andato fuori strada e il mio cuore ha seguito i miei occhi, se alla mia mano si è attaccata sozzura, io semini e un altro ne mangi il frutto e siano sradicati i miei germogli. Se il mio cuore fu sedotto da una donna e ho spiato alla porta del mio prossimo, mia moglie macini per un altro e altri ne abusino; difatti quello è uno scandalo, un delitto da deferire ai giudici, quello è un fuoco che divora fino alla distruzione e avrebbe consumato tutto il mio raccolto. Se ho negato i diritti del mio schiavo e della schiava in lite con me, che farei, quando Dio si alzerà, e, quando farà l'inchiesta, che risponderei? Chi ha fatto me nel seno materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso a formarci nel seno? Mai ho rifiutato quanto brama il povero, né ho lasciato languire gli occhi della vedova; mai da solo ho mangiato il mio tozzo di pane, senza che ne mangiasse l'orfano, poiché Dio, come un padre, mi ha allevato fin dall'infanzia e fin dal ventre di mia madre mi ha guidato. Se mai ho visto un misero privo di vesti o un povero che non aveva di che coprirsi, se non hanno dovuto benedirmi i suoi fianchi, o con la lana dei miei agnelli non si è riscaldato; se contro un innocente ho alzato la mano, perché vedevo alla porta chi mi spalleggiava, mi si stacchi la spalla dalla nuca e si rompa al gomito il mio braccio, perché mi incute timore la mano di Dio e davanti alla sua maestà non posso resistere.
Se ho riposto la mia speranza nell'oro e all'oro fino ho detto: <<Tu sei la mia fiducia>>; se godevo perché grandi erano i miei beni e guadagnava molto la mia mano; se vedendo il sole risplendere e la luna chiara avanzare, si è lasciato sedurre in segreto il mio cuore e con la mano alla bocca ho mandato un bacio, anche questo sarebbe stato un delitto da tribunale, perché avrei rinnegato Dio che sta in alto.
Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico e ho esultato perché lo colpiva la sventura, io che non ho permesso alla mia lingua di peccare, augurando la sua morte con imprecazioni? non diceva forse la gente
della mia tenda: <<A chi non ha dato delle sue carni per saziarsi?>>. All'aperto non passava la notte lo straniero e al viandante aprivo le mie porte. Non ho nascosto, alla maniera degli uomini, la mia colpa, tenendo celato il mio delitto in petto, come se temessi molto la folla, e il disprezzo delle tribù mi spaventasse, sì da starmene zitto senza uscire di casa. Se contro di me grida la mia terra e i suoi solchi piangono con essa; se ho mangiato il suo frutto senza pagare e ho fatto sospirare dalla fame i suoi coltivatori, in luogo di frumento, getti spine, ed erbaccia al posto dell'orzo. Oh, avessi uno che mi ascoltasse! Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda! Il documento scritto dal mio avversario vorrei certo portarlo sulle mie spalle e cingerlo come mio diadema! Il numero dei miei passi gli manifesterei e mi presenterei a lui come sovrano.

Capitolo XXXII

Quei tre uomini cessarono di rispondere a Giobbe, perchè egli si riteneva giusto.
Allora si accese lo sdegno di Eliu, figlio di Barachele il Buzita, della tribù di Ram. Si accese di sdegno contro Giobbe, perché pretendeva d'aver ragione di fronte a Dio; si accese di sdegno anche contro i suoi tre amici, perché non avevano trovato di che rispondere, sebbene avessero dichiarato Giobbe colpevole.
Però Eliu aveva aspettato, mentre essi parlavano con Giobbe, perché erano più vecchi di lui in età.
Quando dunque vide che sulla bocca di questi tre uomini non vi era più alcuna risposta, Eliu si accese di sdegno. Presa dunque la parola, Eliu, figlio di Barachele il Buzita, disse: Giovane io sono di anni e voi siete
già canuti; per questo ho esitato per rispetto a manifestare a voi il mio sapere.
Pensavo: Parlerà l'età e i canuti insegneranno la sapienza. Ma certo essa è un soffio nell'uomo; l'ispirazione dell'Onnipotente lo fa intelligente. Non sono i molti anni a dar la sapienza, né sempre i vecchi distinguono ciò che è giusto. Per questo io oso dire: Ascoltatemi; anch'io esporrò il mio sapere.
Ecco, ho atteso le vostre parole, ho teso l'orecchio ai vostri argomenti. Finché andavate in cerca di argomenti su di voi fissai l'attenzione. Ma ecco, nessuno ha potuto convincere Giobbe, nessuno tra di voi risponde ai suoi detti. Non dite: Noi abbiamo trovato la sapienza, ma lo confuti Dio, non l'uomo! Egli non mi ha rivolto parole, e io non gli risponderò con le vostre parole. Sono vinti, non rispondono più, mancano loro le parole.
Ho atteso, ma poiché non parlano più, poiché stanno lì senza risposta, voglio anch'io dire la mia parte, anch'io esporrò il mio parere; mi sento infatti pieno di parole, mi preme lo spirito che è dentro di me.
Ecco, dentro di me c'è come vino senza sfogo, come vino che squarcia gli otri nuovi.
Parlerò e mi sfogherò, aprirò le labbra e risponderò. Non guarderò in faccia ad alcuno, non adulerò nessuno, perché io non so adulare: altrimenti il mio creatore in breve mi eliminerebbe.

Capitolo XXXIII

Ascolta dunque, Giobbe, i miei discorsi, ad ogni mia parola porgi l'orecchio.
Ecco, io apro la bocca, parla la mia lingua entro il mio palato. Il mio cuore dirà sagge parole e le mie labbra parleranno chiaramente. Lo spirito di Dio mi ha creato e il soffio dell'Onnipotente mi d vita.
Se puoi, rispondimi, prepàrati davanti a me, st pronto. Ecco, io sono come te di fronte a Dio e anch'io sono stato tratto dal fango: ecco, nulla hai da temere da me, né graverò su di te la mano. Non hai fatto che dire ai miei orecchi e ho ben udito il suono dei tuoi detti: <<Puro son io, senza peccato, io sono mondo, non ho
colpa; ma egli contro di me trova pretesti e mi stima suo nemico; pone in ceppi i miei piedi e spia tutti i miei passi!>>. Ecco, in questo ti rispondo: non hai ragione. Dio è infatti più grande dell'uomo.
Perché ti lamenti di lui, se non risponde ad ogni tua parola? Dio parla in un modo o in un altro, ma non si fa attenzione. Parla nel sogno, visione notturna, quando cade il sopore sugli uomini e si addormentano sul loro giaciglio; apre allora l'orecchio degli uomini e con apparizioni li spaventa, per distogliere l'uomo dal male e tenerlo lontano dall'orgoglio, per preservarne l'anima dalla fossa e la sua vita dalla morte violenta.
Lo corregge con il dolore nel suo letto e con la tortura continua delle ossa; quando il suo senso ha nausea del pane, il suo appetito del cibo squisito; quando la sua carne si consuma a vista d'occhio e le ossa, che non si vedevano prima, spuntano fuori, quando egli si avvicina alla fossa e la sua vita alla dimora dei morti.
Ma se vi è un angelo presso di lui, un protettore solo fra mille, per mostrare all'uomo il suo dovere, abbia pietà di lui e dica: <<Scampalo dallo scender nella fossa, ho trovato il riscatto>>, allora la sua carne sarà più fresca che in gioventù, tornerà ai giorni della sua adolescenza: supplicherà Dio e questi gli userà benevolenza, gli mostrerà il suo volto in giubilo, e renderà all'uomo la sua giustizia. Egli si rivolgerà agli uomini e dirà:
<<Avevo peccato e violato la giustizia, ma egli non mi ha punito per quel che meritavo; mi ha scampato dalla fossa e la mia vita rivede la luce>>. Ecco, tutto questo fa Dio, due volte, tre volte con l'uomo, per sottrarre l'anima sua dalla fossa e illuminarla con la luce dei viventi. Attendi, Giobbe, ascoltami, taci e io parlerò:
ma se hai qualcosa da dire, rispondimi, parla, perché vorrei darti ragione; se no, tu ascoltami e io ti insegnerò la sapienza.

Capitolo XXXIV

Eliu continuò a dire: Ascoltate, saggi, le mie parole e voi, sapienti, porgetemi l'orecchio.
Perché l'orecchio dist