PONTIFICIO CONSIGLIO "COR UNUM"

A FAME NEL MONDO UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE




PRESENTAZIONE

Sono lieto di presentare il documento « La fame nel mondo.
Una sfida per tutti: lo sviluppo solidale ». E stato preparato con tanta cura dal Pontificio Consiglio « Cor Unum » su indicazione del Santo Padre Giovanni Paolo II. Anche quest'anno il Successore di Pietro nel suo Messaggio quaresimale si è fatto voce di coloro ai quali manca il minimo vitale: « La folla di affamati, costituita da bambini, donne, vecchi, migranti, profughi e disoccupati, leva verso di noi il suo grido di dolore. Essi ci implorano, sperando di essere ascoltati ».


Il documento si colloca nel solco indicato da Cristo ai suoi discepoli.
La persona e il messaggio di Gesù si incentrano infatti sulla manifestazione che « Dio è amore » (1 Gv 4, 8), un amore che redime l'uomo e lo trae dalla sua situazione di molteplice miseria, per restituirlo alla piena dignità. La Chiesa nel corso dei secoli ha dato innumerevoli espressioni concrete a questa sollecitudine di Dio.
La sua storia potrebbe essere scritta anche come una storia della carità verso i più poveri, attuata da cristiani che hanno testimoniato ai loro fratelli bisognosi l'amore di Cristo che dona la vita per il prossimo.


Lo studio qui pubblicato intende contribuire all'impegno dei cristiani di condividere le urgenze dell'uomo di oggi. I temi trattati sono infatti di grande attualità. Questo riguarda sia la descrizione della realtà della fame nel mondo, sia l'implicanza etica della questione, che investe tutti gli uomini di buona volontà. La pubblicazione è di particolare importanza in vista del Grande Giubileo del 2000 che la Chiesa si prepara a celebrare. Lo spirito di tale documento non nasce da alcuna ideologia, ma si fa guidare dalla logica evangelica e invita alla sequela di Gesù Cristo vissuta nella quotidianità.

Non posso far altro che auspicare una vasta diffusione di questa pubblicazione, sperando che essa contribuisca a formare le coscienze all'esercizio della giustizia distributiva e della solidarietà umana.

Città del Vaticano, 4 ottobre 1996, Festa di San Francesco d'Assisi


+ Angelo Card. Sodano
Segretario di Stato





LA FAME NEL MONDO
UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE

« L'ampiezza del fenomeno chiama in causa le strutture ed i meccanismi finanziari, monetari, produttivi e commerciali, che, poggiando su diverse pressioni politiche, reggono l'economia mondiale: essi si rivelano quasi incapaci sia di riassorbire le ingiuste situazioni sociali, ereditate dal passato, sia di far fronte alle urgenti sfide ed alle esigenze etiche del presente. Sottoponendo l'uomo alle tensioni da lui stesso create, dilapidando ad un ritmo accelerato le risorse materiali ed energetiche, compromettendo l'ambiente geofisico, queste strutture fanno estendere incessantemente le zone di miseria e, con questa, l'angoscia, la frustrazione e l'amarezza ». « Su questa difficile strada — sulla strada dell'indispensabile trasformazione delle strutture della vita economica — non sarà facile avanzare se non interverrà una vera conversione della mente, della volontà e del cuore. Il compito richiede l'impegno risoluto di uomini e di popoli liberi e solidali » (Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptor hominis, 1979, n. 16).



INTRODUZIONE

Il diritto all'alimentazione è uno dei principi proclamati nel 1948 dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
2
La Dichiarazione sul progresso e lo sviluppo nel settore sociale del 1969, sosteneva la necessità di « eliminare la fame e la malnutrizione e di garantire il diritto ad una adeguata alimentazione ».
3 Parimenti, la Dichiarazione universale per l'eliminazione definitiva della fame e della malnutrizione, adottata nel 1974, dichiara che ogni individuo « ha il diritto inalienabile di essere liberato dalla fame e dalla malnutrizione per potersi sviluppare appieno e conservare le sue facoltà fisiche e mentali ».
4 Nel 1992, la Dichiarazione mondiale sulla nutrizione ha riconosciuto anche che « l'accesso ad alimenti nutrizionalmente adeguati e privi di pericoli è un diritto universale ».
5
Si tratta di indicatori molto espliciti. La coscienza pubblica si è espressa senza equivoci. Pur tuttavia milioni di individui sono ancora segnati dai danni provocati dalla fame e dalla denutrizione o dalle conseguenze dell'insicurezza alimentare. La causa è forse da ricercarsi nella mancanza di cibo? Proprio per nulla: in linea di massima si conviene sul fatto che le risorse della terra, considerate globalmente, sono in grado di nutrire tutti i suoi abitanti;
6 infatti, il cibo disponibile pro capite a livello mondiale è aumentato del 18% circa nel corso degli ultimi anni.
7 L'umanità si trova oggi di fronte ad una sfida indubbiamente di ordine economico e tecnico, ma ancor di più di ordine etico-spirituale e politico. E una questione di solidarietà vissuta e di sviluppo autentico, al pari di una questione di progresso materiale.

1. La Chiesa ritiene che non si possano affrontare i settori economico, sociale e politico prescindendo dalla dimensione trascendente dell'uomo. La filosofia greca, che tanto ha impregnato di sé il mondo occidentale, era già di questo avviso: l'uomo è in grado di scoprire e di perseguire la verità, il bene e la giustizia con i suoi propri mezzi, soltanto se la sua coscienza è illuminata dal divino. Infatti, è precisamente il divino che consente alla natura umana di prendere in considerazione i doveri disinteressati nei confronti dell'altro. Parimenti, secondo il pensiero cristiano, è la grazia divina che infonde nell'essere umano la forza necessaria per agire secondo il suo discernimento.
8 Tuttavia la Chiesa fa appello a tutti gli uomini di buona volontà per portare a termine questo compito titanico. Il Concilio Vaticano II affermava: « Di fronte ad un tal numero di affamati in tutto il mondo, il Concilio insiste presso tutti e presso le autorità, affinché si ricordino di queste parole dei Padri della Chiesa: "Nutri colui che è moribondo per fame, perché se non lo avrai nutrito, lo avrai ucciso" ».
9 Tale solenne avvertimento sollecita ad impegnarsi con risolutezza nella lotta contro la fame.


2. L'urgenza di questo problema spinge il Pontificio Consiglio « Cor Unum » a presentare qui di seguito alcuni elementi della sua ricerca; esso sente come suo dovere fare appello alla responsabilità individuale e collettiva affinché vengano adottate soluzioni più efficaci e si schiera dalla parte di coloro che già si applicano con molta dedizione a questo nobile scopo.
Il presente documento cerca di analizzare e di descrivere le cause e le conseguenze del fenomeno della fame nel mondo in maniera globale e non esaustiva. La riflessione è illuminata soprattutto dal Vangelo e dall'insegnamento sociale della Chiesa e non persegue un obiettivo di portata congiunturale; perciò l'attenzione non si focalizza sulle statistiche riguardanti la situazione attuale, né sugli individui a rischio di morire di fame, sulle percentuali dei denutriti, o ancora sulle regioni più minacciate e le misure economiche da prevedere. Ispirato dalla missione pastorale della Chiesa, questo documento vuole essere un appello pressante ai suoi membri e all'intera umanità, in quanto la Chiesa « "è esperta in umanità": ciò la spinge ad estendere necessariamente la sua missione religiosa ai diversi campi, in cui uomini e donne dispiegano la loro attività in cerca della felicità, pur sempre relativa, che è possibile in questo mondo ».
10 Oggigiorno la Chiesa si fa eco di questo appello provocatorio che Dio rivolge a Caino, quando gli chiede conto della vita di suo fratello Abele: « Che hai fatto! La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo!... » (Gen 4, 10). Questo versetto duro, quasi insopportabile, riferito alla situazione dei nostri contemporanei che muoiono di fame, non è una esagerazione ingiusta o aggressiva; queste parole indicano una priorità e vogliono giungere alle nostre coscienze.

E un'illusione attendersi soluzioni preconfezionate: ci troviamo in presenza di un fenomeno legato alle scelte economiche dei dirigenti, dei responsabili, ma anche dei produttori e dei consumatori e che si raella crescita demografica è andato aumentando: un miliardo di abitanti all'inizio del XIX secolo, 1,65 all'inizio del XX, 3 miliardi nel 1960, 4 miliardi nel 1975, 5,2 nel 1990, 5,5 nel 1993, 5,6 nel 1994.22 Nel mentre, la situazione demografica è andata sviluppandosi a ritmi diversi nei paesi « ricchi » e nei paesi « in via di sviluppo ».23 Tale situazione è in corso di evoluzione: la proliferazione, va ricordato, è una reazione della natura — e di conseguenza, dell'uomo — alle minacce contro la sopravvivenza della specie.

Alcune ricerche evidenziano che, nella misura in cui diventano più ricche, le popolazioni passano da una situazione di alta natalità ed alta mortalità a quella opposta: ridotta natalità e ridotta mortalità.24 Il periodo di transizione può risultare critico per quanto attiene alle risorse alimentari; la mortalità infatti diminuisce prima della natalità. L'aumento della popolazione deve essere accompagnato da cambiamenti tecnologici, se non si vuole interrompere il ciclo regolare della produzione agricola, non fosse altro che per l'impoverimento dei terreni, la riduzione di quelli a riposo e l'assenza di rotazione agricola.

Le sue implicazioni

15. La crescita demografica rapida è causa o conseguenza del sottosviluppo? Eccezion fatta per alcuni casi estremi, la densità demografica non spiega la fame. In merito si osserva che, da una parte, è proprio nei delta dei fiumi e nelle vallate sovrappopolate dell'Asia che sono state realizzate le innovazioni agricole della « rivoluzione verde »; dall'altra, paesi poco popolati, quali lo Zaire o la Zambia, pur se in grado di nutrire una popolazione venti volte più numerosa senza dover ricorrere a massicci lavori di irrigazione, restano in realtà con difficoltà alimentari: il motivo è da ricercarsi negli squilibri imposti dagli Stati, dalla politica e dalla gestione economica e non in cause oggettive o nella povertà economica. Si sostiene attualmente che esistono maggiori possibilità di contenere un'eccessiva crescita demografica intervenendo per diminuire la povertà di massa, piuttosto che vincere la povertà limitandosi a ridurre il tasso di crescita della popolazione.
25 Fin tanto che nei paesi in via di sviluppo le famiglie continueranno a ritenere che la loro produzione e la loro sicurezza, possano essere assicurate solo da una prole numerosa, la situazione demografica evolverà solo lentamente. E necessario ribadire che più generalmente sono le trasformazioni economiche e sociali
26 che consentono ai genitori di accogliere il dono di un figlio. In questo ambito, l'evoluzione dipende in gran parte dal livello socio-culturale dei genitori. E necessario dunque prevedere per le coppie un'educazione alla paternità ed alla maternità responsabili, nel completo rispetto dei principi etici e morali; conviene facilitare loro l'accesso a metodi naturali di pianificazione familiare che risultino in armonia con la vera natura dell'uomo.

27

C) LE CAUSE POLITICHE

L'influenza della politica

16. Il blocco dell'afflusso di derrate alimentari è stata utilizzato nel corso della storia, ieri come oggi, quale arma politica o militare. Può trattarsi di veri e propri crimini contro l'umanità.

Il XX secolo ha conosciuto numerosi casi del genere, quali, ad esempio:

a) Il blocco sistematico della fornitura di cibo ai contadini ucraini da parte di Stalin, attorno al 1930, con un bilancio di circa otto milioni di morti. Questo crimine, a lungo passato sotto silenzio o quasi, è stato confermato recentemente in occasione dell'apertura degli archivi del Cremlino.

b) I recenti assedi in Bosnia, specie quello di Sarajevo, quando il meccanismo stesso degli aiuti umanitari è stato preso in ostaggio.

c) Gli spostamenti forzati della popolazione in Etiopia, per il raggiungimento del controllo politico da parte del partito unico al governo; il bilancio è stato di centinaia di migliaia di morti a seguito della carestia provocata dalle migrazioni forzate e dall'abbandono delle culture.

d) Il blocco delle forniture alimentari in Biafra, durante gli anni '70; lo si utilizzò quale arma contro la secessione politica.

Il crollo dell'Unione Sovietica da un lato ha eliminato le cause delle guerre civili, provocate dal suo intervento diretto o dalle reazioni ad esso: rivoluzioni senza sbocco, spostamento forzato di popolazioni, disorganizzazione dell'agricoltura, lotte tribali, genocidi. Tuttavia sussistono o sono riapparse numerose situazioni in grado di generare gli stessi fenomeni. Anche se non dello stesso ordine di grandezza, esse costituiscono nondimeno un pericolo per le popolazioni: si tratta segnatamente del risorgere dei nazionalismi, favoriti da qualche Stato a regime ideologico ma anche dalle ripercussioni a livello locale delle lotte di influenza tra paesi industrializzati o ancora, in alcuni paesi, e specie in Africa, dalla lotta per il potere.

Da menzionare altresì le situazioni di embargo per ragioni politiche, quali quelli nei confronti di Cuba o dell'Iraq, i cui regimi vengono considerati una minaccia per la sicurezza internazionale e che prendono in ostaggio, per così dire, le loro popolazioni. Di fatto, sono le popolazioni stesse — oggetto di questo tipo di atti di forza — ad esserne le prime vittime. E per questo che i costi in termini umanitari di tali decisioni debbono essere presi in debita considerazione. D'altro canto, alcuni responsabili politici fanno leva sulle miserie del loro popolo, provocate dalle loro stesse macchinazioni, per costringere la comunità internazionale a ristabilire l'afflusso di rifornimenti. Si tratta ogni volta di una situazione specifica, da affrontare caso per caso, nello spirito della Dichiarazione Mondiale sulla Nutrizione, che afferma: « L'aiuto alimentare non può essere rifiutato per ragioni di obbedienza politica, di situazione geografica, di sesso, di età o di appartenenza ad un gruppo etnico, tribale o religioso ».
28
Esistono ulteriori ripercussioni dell'azione politica sulla fame. A più riprese si è assistito all'esportazione gratuita delle eccedenze agricole (per esempio di grano) da parte dei paesi industrializzati produttori, verso alcuni paesi con difficoltà di sviluppo e nei quali l'alimentazione di base è costituita dal riso. Il vero obiettivo era quello di sostenere i propri prezzi interni. Queste esportazioni gratuite hanno prodotto risultati molto negativi: la popolazione è stata portata a modificare le sue abitudini alimentari, scoraggiando in tal modo i produttori locali i quali, viceversa, hanno bisogno di essere fortemente sostenuti.

La concentrazione dei mezzi

17. Le differenze di condizioni economiche all'interno dei paesi con difficoltà di sviluppo, sono più vistose di quelle esistenti nei paesi industrializzati o fra i paesi stessi. La ricchezza ed il potere sono molto concentrati nell'ambito di uno strato ristretto ma complesso della popolazione, che è a contatto con gli ambienti internazionali e in possesso del controllo dell'apparato dello Stato, esso stesso fortemente deficitario. Qualsiasi tendenza al miglioramento vi è del tutto assente mentre, a volte, si registrano nette tendenze alla regressione economica e sociale. Il divario fra il tenore di vita, non solo ingenera situazioni conflittuali, che possono condurre a violenze a catena, ma favorisce inoltre il clientelismo quale unica possibilità di realizzazione personale. Il risultato è quello di paralizzare le iniziative possibili sul piano meramente economico e, d'altro canto, quello di impoverire profondamente le motivazioni altruiste che esistono in tutte le società tradizionali. In un tale contesto, lo Stato svolge spesso un ruolo preponderante, che gli consente di favorire i settori di esportazione della produzione — il che di per sé è un bene — lasciando tuttavia uno scarso margine di profitto all'insieme delle popolazioni locali.

In altri casi, per debolezza o per ambizione politica, le autorità fissano i prezzi dei prodotti agricoli a livelli talmente bassi che i contadini finiscono per sovvenzionare gli abitanti delle città, situazione che favorisce l'esodo rurale. I mezzi di comunicazione di massa, l'elettronica e la pubblicità, contribuiscono anch'essi a questo spopolamento delle campagne. L'aiuto allo sviluppo a beneficio di questi paesi funge allora da incoraggiamento più o meno indiretto a quei governi che perseguono tali pericolose strategie e vengono in tal modo a beneficiare di questo sostegno finanziario del tutto illegittimo, in quanto le loro politiche sono nettamente contrarie al vero interesse dei loro popoli. I paesi industrializzati debbono interrogarsi se in tal senso non abbiano malauguratamente lanciato segnali negativi per tanti anni.

Le destrutturazioni economiche e sociali

18. Le destrutturazioni economiche e sociali sono la contemporanea risultanza di cattive politiche economicheo tuttavia essenziali a questi ultimi, se desiderano che la loro azione a lungo termine non conduca all'autodistruzione. Avviare politiche economiche e sociali difficili e costose, senza tener conto della percezione della realtà che ha il più piccolo, rischia di portare entro un certo lasso di tempo a vicoli ciechi, che sono assai onerosi per la terra intera.
E quanto è avvenuto con il debito del Terzo Mondo. Se i creditori ed i debitori avessero considerato il punto di vista dei più poveri quale uno degli elementi essenziali della realtà — dando così prova di maggiore saggezza — sarebbero stati indotti ad una maggiore prudenza, e in molti paesi, l'avventura non si sarebbe risolta così male o addirittura avrebbe volto al meglio.

Nella complessità dei problemi da risolvere, o piuttosto, nella complessità delle condizioni di vita da migliorare, questo ascolto preferenziale dei poveri consente di non cadere nella schiavitù del breve termine, nella tecnocrazia, nella burocrazia, nell'ideologia, nell'idolatria del ruolo dello Stato o del ruolo del mercato; gli uni e gli altri hanno la loro utilità essenziale, ma in quanto strumenti da non assolutizzare.

Gli organismi intermedi hanno specificamente la funzione di far intendere la voce dei poveri e di cogliere le loro percezioni, al pari delle loro necessità e dei loro desideri. Ma spesso, questi organismi sono particolarmente disarmati di fronte al loro compito. Risentono a volte della loro posizione di monopolio, che li porta a coltivare il proprio potere; altre volte di posizioni concorrenziali, dove altri cercano di utilizzare il povero come mezzo per accedere al potere. L'azione dei sindacati è dunque particolarmente necessaria e sfiora l'eroismo quando questi vogliono svolgere una funzione così essenziale, senza farsi distruggere o fagocitare.
41 In tali condizioni, la condivisione diventa un'autentica collaborazione alla quale ciascuno contribuisce, offrendo a tutti ciò di cui necessita la comunità degli uomini. Il più svantaggiato svolge il suo specifico ruolo, tanto più essenziale essendo egli realmente un escluso.
42 Questo paradosso non deve meravigliare il cristiano. Il dovere di garantire a ciascuno lo stesso diritto di accesso al minimo indispensabile per vivere non è più unicamente obbligo morale di condivisione con l'indigente — cosa già notevole — ma reintegrazione nella stessa comunità che, senza di lui, tende ad inaridirsi e finanche a distruggersi. Il posto del povero non è alla periferia, in una emarginazione dalla quale si potrebbe tentare bene o male di farlo uscire. Egli deve essere posto al centro delle nostre preoccupazioni ed al centro della famiglia umana. E là che potrà svolgere l'unico ruolo unico che gli compete nella comunità.
In questa prospettiva, la giustizia sociale, che è anche giustizia commutativa, acquista pieno significato. Fondamento di tutte le azioni per la difesa dei diritti, assicura la coesione sociale, la coesistenza pacifica delle nazioni, ma anche il loro comune sviluppo.

Una società integrata

27. La concezione di una giustizia radicata nella solidarietà umana, e che a questo titolo comanda ai più forti di aiutare i più deboli, deve condurre i nostri passi ovunque la voce del povero si faccia sentire, per aprire un solo cantiere ove giustizia, pace e carità congiungano i loro sforzi.

Le società non possono validamente costituirsi sull'esclusione di alcuni dei loro membri.
Ne consegue, per coerenza, ed è quindi implicito, il diritto che anche i poveri hanno di organizzarsi per meglio ottenere l'aiuto di tutti nella lotta di liberazione dalla loro miseria.


La pace, un equilibrio di diritti

28. Una pace duratura non è frutto di un equilibrio di forze ma di un equilibrio di diritti. La pace non è neppure frutto della vittoria del forte sul debole, ma, all'interno di ogni popolo e fra i popoli, frutto della vittoria della giustizia sui privilegi iniqui, della libertà sulla tirannia, della verità sulla menzogna,
43 dello sviluppo sulla fame, la miseria o l'umiliazione. Per giungere ad una vera ed autentica pace, ad un'effettiva sicurezza internazionale, non è sufficiente impedire le guerre ed i conflitti; è necessario anche favorire lo sviluppo, creare condizioni in grado di garantire il pieno godimento dei diritti fondamentali dell'uomo.
44 In tale contesto, democrazia e disarmo diventano due esigenze della pace, indispensabile per uno sviluppo autentico.

Il disarmo, un'urgenza da cogliere

29. I conflitti regionali sono costati circa diciassette milioni di morti in meno di mezzo secolo.
« Negli anni '80, il totale mondiale delle spese militari ha raggiunto un livello senza precedenti in tempi di pace; valutate a un bilione (mille miliardi) di dollari l'anno, rappresentano all'incirca il cinque per cento del totale del reddito mondiale ».
45 Di qui l'importanza e l'urgenza, per tutti i responsabili politici ed economici, di far sì che tali enormi somme stanziate per la morte, nell'emisfero settentrionale come in quello meridionale,
lo siano, d'ora in poi, per la vita. Un tale atteggiamento costituirebbe il riscontro fattuale delle ragioni morali che sostengono il disarmo progressivo; in tal modo si potrebbero rendere disponibili importanti risorse finanziarie a vantaggio dei paesi in via di sviluppo, somme indispensabili al loro autentico progresso.
46 Una « struttura di peccato » particolarmente radicata è costituita dall'esportazione di armi in misura superiore alle necessità legittime di autodifesa dei paesi acquirenti, oppure destinate a trafficanti internazionali, che oggi propongono su catalogo le armi più sofisticate a coloro che hanno i mezzi per acquistarle. Su questo terreno fiorisce la corruzione, ma il male è ancor più profondo. Si devono lodare quei governi che, subentrati a regimi che avevano impegnato i loro paesi nell'acquisto di armi in quantità di gran lunga superiore ai loro bisogni, hanno avuto il coraggio di denunciare questi contratti, rischiando in tal modo di alienarsi la benevolenza dei paesi esportatori.

Rispetto dell'ambiente

30. La natura ci sta dando una lezione di solidarietà che rischiamo di dimenticare. Nella catena stessa della produzione alimentare, tutti gli uomini si scoprono elementi attivi o passivi di un ecosistema. Un nuovo campo di responsabilità si apre alle coscienze.

Non si può voler contemporaneamente nutrire un maggior numero di persone ed indebolire l'agricoltura. Tuttavia, l'agricoltura risulta tanto più inquinante (ricorso massiccio a concimi, pesticidi e macchinari) quanto più diffusa diventa l'industrializzazione, senza che purtroppo a ciò faccia riscontro una corretta lavorazione. Assieme ad altri elementi necessari alla vita, aria e acqua, terreni e foreste sono minacciati dall'inquinamento, dal consumo eccessivo, dalla desertificazione provocata dall'uomo e dal disboscamento. In cinquant'anni, metà delle foreste tropicali sono state rase al suolo, il più delle volte per ricavarne terreni, o per politiche cieche di sfruttamento accelerato, volto a riequilibrare l'onere del debito. Nelle regioni più povere, la desertificazione è provocata da pratiche di sopravvivenza che aumentano la povertà: pastorizia eccessiva, taglio di alberi ed arbusti per la cottura degli alimenti e per il riscaldamento.

47 Ecologia e sviluppo equo

31. Una gestione ecologicamente sana del pianeta è urgente. Limitandosi al solo aspetto della produzione agroalimentare — già notevole — si evidenziano due elementi. In primo luogo, il suo costo andrà integrato nell'attività economica:
48 qui bisogna domandarsi se sono sempre i poveri a doverne sopportare l'onere a scapito della loro alimentazione. In secondo luogo, la preoccupazione di comprendere meglio l'equilibrio fra ecologia ed economia fa maturare l'idea attuale di sviluppo duraturo.
Ma questo obiettivo non deve offuscare la necessità di promuovere, con ancor maggior vigore, uno sviluppo equo. In ultima analisi, lo sviluppo non può essere duraturo se non nella misura in cui è equo. Altrimenti, è probabile che alle distorsioni attuali se ne aggiungano di nuove.

Cogliere insieme la sfida

32. Fame e malnutrizione richiedono azioni specifiche che non possono essere dissociate da un impegno rinnovato per lo sviluppo integrale della persona e dei popoli. Di fronte all'ampiezza di questo fenomeno, la Chiesa Cattolica deve sempre più contribuire a migliorare tale situazione. Fa dunque appello alla partecipazione di tutti, alla concertazione ed alla perseveranza.

Molti, fortunatamente, sono gli sforzi già messi in atto per vincere la fame da parte di singole persone, delle Organizzazioni non governative, dei poteri pubblici e delle Organizzazioni internazionali. Basti ricordare soltanto la Campagna mondiale contro la fame ed altre iniziative, alle quali i cristiani partecipano volentieri.

Riconoscere il contributo dei poveri alla democrazia

33. Il dinamismo dei poveri è poco conosciuto. Per invertire questa tendenza è necessario modificare vari atteggiamenti e prassi, economiche, sociali, culturali e politiche. Quando i poveri sono tenuti in disparte dall'elaborazione di quei progetti che li riguardano, la storia dimostra che, in linea di principioe non il risultato di automatismi tecnici. E raccomandabile, inoltre, serbare una quota maggiore di questo aiuto al finanziamento di quei progetti che vengono elaborati con la partecipazione degli stessi poveri. Poiché in democrazia i responsabili politici dipendono dalla loro opinione pubblica, si dovrà sostenere uno sforzo di ampio respiro affinché l'opinione pubblica acquisti più chiara coscienza dell'importanza di questo bilancio di aiuti per lo sviluppo. « Noi tutti siamo solidarmente responsabili delle popolazioni sottoalimentate (...) occorre educare la coscienza al senso di responsabilità che incombe a tutti e a ciascuno, specie ai più favoriti ».
67L'aiuto pubblico pone numerosi problemi di natura etica, sia ai paesi donatori che a quelli destinatari. Ovunque, la moralizzazione dei circuiti di nuova liquidità costituisce un problema difficile, e la mancanza di etica può risultare a vantaggio di gruppi di interesse più o meno ufficiali, negli stessi paesi esportatori. Si « congelano » in tal modo situazioni di potere assimilabili alle « strutture di peccato », che favoriscono ovunque il clientelismo.
Si tratta di potenti meccanismi inibitori delle vere riforme e dello sviluppo del bene comune, che possono causare conseguenze nefaste quali, per esempio, disordini locali e lotte inter-tribali specialmente nei paesi più fragili in tal senso.
La lotta contro queste « strutture di peccato » è portatrice di grande speranza per i paesi più svantaggiati.

Ripensare l'aiuto

44. Spetta ai paesi industrializzati non soltanto aumentare i loro aiuti ai paesi in via di sviluppo, ma anche ripensare la maniera in cui tali aiuti vengono distribuiti. Gli « aiuti vincolati » sono da criticare se concepiti in funzione del paese erogatore o donatore, e se abbinati a condizioni che vincolano il paese ricevente tramite, ad esempio, l'acquisto di beni prodotti nel paese donatore, l'impiego di mano d'opera specializzata straniera, a svantaggio della mano d'opera locale, la conformità ai programmi di aggiustamento strutturale, ecc. D'altro canto, si può considerare il fatto che gli aiuti non vincolati sono in grado di produrre realmente i risultati migliori, come si è verificato in numerosi casi. Tuttavia, conviene non scartare a priori l'eventualità di aiuti vincolati, nella misura in cui questi siano concepiti quale mezzo per distribuire in maniera equa i vantaggi derivanti alle varie parti in causa o nella misura in cui consentano una gestione sana dei mezzi a disposizione.

Gli aiuti di emergenza, una soluzione tampone

45. Gli aiuti alimentari di emergenza meritano alcune osservazioni, in quanto oggetto di controversie basate sulla considerazione che tali aiuti non sono in grado di agire sulle cause stesse del problema della fame. Mezzi di azione umanitaria agli occhi di alcuni, sono considerati, al contrario, da altri, quale leva di sviluppo e addirittura, da molti, come arma commerciale. Si rimprovera loro, fra l'altro, di scoraggiare gli agricoltori locali, di modificare le abitudini alimentari, di fungere da mezzo di pressione politica a motivo della dipendenza che inducono, di giungere troppo tardi, di favorire il sorgere di una mentalità assistenziale e, in ultimo, di avvantaggiare i soli intermediari, di favorire la corruzione e anche di non arrivare ai più indigenti. In alcuni paesi vengono protratti all'infinito, non senza motivo, così da tramutarsi in elementi strutturali. In tal caso vengono a costituire una forma di aiuto permanente alla bilancia dei pagamenti, in quanto riducono il deficit nazionale. Tali aiuti possono essere concessi anche quale forma di sostegno in periodi di aggiustamento strutturale particolarmente difficile, nel momento in cui vengono soppresse le sovvenzioni per il consumo dei prodotti primari.
Gli aiuti alimentari di emergenza devono rimanere una soluzione temporanea, all'unico scopo di consentire ad una popolazione di sopravvivere ad una situazione di crisi. In quanto aiuto umanitario, non possono essere contestati in linea di principio. In effetti, sono unicamente le loro deviazioni a suscitare critiche: per esempio, il loro arrivo spesso tardivo o non confacente ai bisogni, la loro distribuzione mal organizzata o distorta dall'intervento di fattori politici, etnici o dal clientelismo, i furti e la corruzione, che impediscono ai viveri di giungere ai più indigenti. E piuttosto l'aiuto strutturale prolungato ad apparire agli uni come una leva di sviluppo ed agli altri come un'arma commerciale, un fattore di destabilizzazione della produzione e delle abitudini alimentari, una causa di dipendenza. In realtà, può avere effetti sia benefici che nefasti. A prescindere dal fatto che l'aiuto consente la sopravvivenza di popolazioni intere, non bisogna passare sotto silenzio i suoi aspetti positivi, quali la possibilità di realizzare lavori infrastrutturali, le transazioni triangolari, la creazione di riserve negli stessi paesi in via di sviluppo. Si tratta di un'arma a doppio taglio, di cui tuttavia, non è possibile fare a meno.

La concertazione dell'aiuto

46. Si potrebbe ovviare ad alcune delle critiche che questi aiuti alimentari suscitano potenziando la concertazione fra i vari partners della catena: Stati, autorità locali, ONG, associazioni ecclesiali. Gli aiuti potrebbero venire limitati nel tempo e meglio distribuiti alle popolazioni con reale deficit alimentare; sarebbe anche raccomandabile che venissero costituiti da prodotti locali ogni qual volta ciò risultasse possibile. Gli aiuti di emergenza debbono, in primo luogo, contribuire a liberare le popolazioni dalla loro dipendenza. A tal fine, a prescindere dall'infrastruttura soddisfacente o meno e dalle capacità locali di distribuzione, gli aiuti debbono accompagnarsi a progetti che mirino a premunire le popolazioni colpite da future penurie alimentari. E in tal modo che gli aiuti di emergenza, devoluti a determinate condizioni, potranno considerarsi alla stregua di una incisiva azione di solidarietà internazionale.
Di fatto, questo tipo di assistenza non sarà in grado di offrire « una soluzione soddisfacente nella misura in cui si continua a tollerare una miseria estrema, che non cessa di aggravarsi provocando un numero sempre maggiore di vittime della malnutrizione e della fame ».

68 La sicurezza alimentare: una soluzione permanente

47. Il problema della fame non potrà risolversi se non rafforzando a livello locale i quattro elementi costitutivi della « sicurezza alimentare ».
69 « La sicurezza alimentare esiste nel momento in cui tutti gli abitanti hanno liberamente accesso agli alimenti necessari a condurre una vita sana ed attiva ».
70 A questo scopo, è importante mettere a punto programmi che valorizzino la produzione locale, una legislazione efficace che protegga le terre agricole e ne assicuri l'accesso alla popolazione rurale. La mancata realizzazione di queste misure nei paesi in via di sviluppo è dovuta al frapporsi di numerosi ostacoli che vi si oppongono. Infatti diviene sempre più difficile e complesso per i responsabili politici ed economici di questi paesi mettere a punto una politica agricola. Fra le più importanti cause del fenomeno ricordiamo la fluttuazione dei prezzi e delle valute provocata anche dalla sovrapproduzione di prodotti agricoli. Per garantire la sicurezza alimentare si dovrà favorire la stabilità e l'equità del commercio internazionale.71

Priorità alla produzione locale

48. L'importanza primaria dell'agricoltura nell'ambito di ogni processo di sviluppo, è ormai riconosciuta. Quale che sia l'evoluzione della congiuntura commerciale internazionale, l'indipendenza economica e politica, ma anche la situazione alimentare dei paesi in via di sviluppo, avrebbero molto da guadagnare dalla messa a punto di sistemi agricoli in grado di privilegiare lo sviluppo interno, pur rimanendo aperti all'esterno. Tutto ciò richiede la creazione di un ambiente economico e sociale basato su una migliore conoscenza ed una migliore gestione dei mercati agricoli locali, sul rafforzamento del credito rurale e della formazione tecnica, sulla garanzia di prezzi locali remunerativi, su migliori circuiti di trasformazione e di commercializzazione dei prodotti locali, oltre che su un'effettiva concertazione fra i paesi in via di sviluppo, un'organizzazione degli stessi lavoratori agricoli e la difesa collettiva dei loro interessi. Sono questi altrettanti obiettivi la cui realizzazione dipende dalla competenza come pure dalla volontà degli uomini.

L'importanza della riforma agraria

49. La produzione alimentare locale è spesso ostacolata da una cattiva distribuzione delle terre e dall'utilizzo irrazionale dei terreni. Oltre la metà della popolazione dei paesi in via di sviluppo non possiede terra e tale proporzione è in aumento.
72 Anche se quasi tutti questi paesi hanno elaborato politiche di riforma agraria, pochi sono quelli che le hanno tradotte in pratica. Inoltre, gli spazi agricoli utilizzati dalle società alimentari multinazionali, sono destinati a nutrire quasi esclusivamente le popolazioni dell'emisfero Nord ed i sistemi di coltivazione adottati tendono ad impoverire i terreni. Si fa urgente una « riforma coraggiosa delle strutture e di nuovi modelli di rapporti fra gli Stati e le popolazioni ».

73Ruolo della ricerca e dell'educazione

50. Itare una qualsiasi manipolazione diretta o indiretta dei mercati.

b) La promozione di orti familiari, specie in quelle regioni in cui la povertà priva le persone, in particolar modo i capi famiglia ed i loro cari, del pur minimo accesso all'utilizzo della terra come pure all'alimentazione di base, sulla scia di quanto il Papa Leone XIII invocava, per le stesse ragioni, a favore degli operai del XIX secolo: « (l'uomo) giunge a mettere tutto il suo cuore nella terra che lui stesso ha coltivato, che promette, a lui ed ai suoi, non soltanto lo stretto necessario, ma anche una certa agiatezza.... ».
88
Nella maggior parte delle aree del mondo, è necessario prevedere ed adottare iniziative atte a fornire ai più poveri la disponibilità di un angolo di terra, le nozioni necessarie e anche un minimo di attrezzi agricoli strumenti, consentendo in tal modo di compiere passi rilevanti per uscire da situazioni di miseria estrema.
In ultimo, ed in una prospettiva più ampia, si raccoglieranno testimonianze e studi basati sull'esperienza e sull'osservazione in contesti specifici, per tentare di costituire una banca dati che illustri in termini pratici, da tutte le angolazioni, le reali situazioni di « strutture di peccato » e di « strutture di bene comune ».89

V
LA FAME: UN APPELLO ALL'AMORE

Il povero ci chiama all'amore

60. In tutti i paesi del mondo, l'esperienza della vita quotidiana ci sollecita — se non chiudiamo gli occhi — a incrociare lo sguardo di coloro che hanno fame. In questo sguardo, è « la voce del sangue di tuo fratello che grida a me dal suolo » (Gen 4, 10).

Sappiamo che è Dio stesso che ci chiama in colui che ha fame. La sentenza del Giudice universale condanna senza alcuna clemenza: « ... Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno preparato per il Diavolo ed il suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare... » (Mt 25, 41 ss).

Queste parole che salgono dal cuore di Dio fattosi uomo, ci fanno comprendere il significato profondo del soddisfacimento dei bisogni elementari di ogni uomo agli occhi del suo Creatore: non abbandonate colui che è fatto ad immagine di Dio, voi abbandonereste il Signore stesso. E Dio stesso che ha fame e che ci chiama nel gemito di colui che ha fame. Discepolo del Dio che si rivela, il cristiano è sollecitato ad ascoltare, se così si può dire, l'appello del povero. E infatti un appello all'amore.

La povertà di Dio

61. Secondo gli autori dei salmi, i canti del Vecchio Testamento, « i poveri » si identificano con i « giusti », con coloro « che cercano Dio », « che lo temono », che « hanno fiducia in lui », che « sono benedetti », che « sono i suoi servitori » e « conoscono il suo nome ».

Come riflessa in uno specchio concavo, tutta la luce degli « ANAWIM », i poveri della prima Alleanza, converge verso la donna che costituisce la cerniera fra i due Testamenti: in Maria riluce tutta la dedizione a Yahvè e tutta l'esperienza che guida il popolo di Israele, e si incarna nella persona di Gesù Cristo. Il « Magnificat » è la lode che gli rende testimonianza: l'inno dei poveri la cui ricchezza è tutta in Dio (cf. Lc 1, 46 ss).

Questo canto si apre con un'esplosione di gioia che esprime un'immensa gratitudine: « L'anima mia magnifica il Signore ed il mio spirito esulta in Dio mio salvatore ». Ma non sono le ricchezze o il potere che fanno esultare Maria: infatti, ella si vede piuttosto « piccola, insignificante e umile ». Questa idea di base ispira tutta la sua lode e si oppone radicalmente a coloro che mirano a soddisfare la loro sete d'orgoglio, di potere e di ricchezza. Chi si atteggia in tal modo sarà « disperso », « rovesciato dal suo trono », « rinviato a mani vuote ».

Gesù stesso riprende questo insegnamento di sua Madre nel suo discorso evangelico sulle Beatitudini, che iniziano — e non a caso — con l'espressione « beati i poveri ». Le sue parole indicano in cosa consista l'uomo nuovo, in opposizione alle « ricchezze » che costituiscono l'oggetto delle sue critiche.

E ai poveri che si indirizza la sua Buona Novella (cf. Lc 4, 18). L'« inganno delle ricchezze », al contrario, allontana dalla sequela di Cristo (cf. Mc 4, 19). Non si possono servire due padroni, Dio e Mammona (cf. Mt 6, 24). La preoccupazione per il domani è indice di mentalità pagana (cf. Mt 6, 32). Per il Signore non si tratta di belle parole; infatti ne dà testimonianza con la propria vita: « Ma il figlio dell'uomo, lui, non ha ove posare il capo » (Mt 8, 20).

La Chiesa è con i poveri

62. Il precetto biblico non va né falsato né taciuto: è in controtendenza con lo spirito del mondo e con la nostra sensibilità naturale. La nostra natura e la nostra cultura sono turbate davanti alla povertà.
La povertà evangelica è a volte oggetto di commenti cinici da parte degli indigenti, come pure da parte dei benestanti. I cristiani sono accusati di voler perpetuare la povertà. Un tale disprezzo della povertà sarebbe propriamente diabolico. Il segno di Satana (cf. Mt 4) è quello di opporsi alla volontà di Dio facendo riferimento alla sua Parola.
Un discorso del Papa Giovanni Paolo II può aiutarci ad evitare di giungere a tale conclusione, che ci permetterebbe di giustificare il nostro egoismo. In occasione della sua visita alla favela del Lixão de São Pedro, in Brasile, il 19 ottobre 1991, il Santo Padre, riflettendo sulla prima beatitudine del Vangelo di San Matteo, illustrò il nesso fra povertà e fiducia in Dio, fra beatitudine ed abbandono totale al Creatore. E dichiarava: « Ma esiste un'altra povertà, molto diversa da quella che Cristo proclamava beata, e che colpisce una moltitudine di nostri fratelli, impedendone lo sviluppo integrale in quanto persone. Di fronte a questa povertà, che è carenza e privazione dei beni materiali necessari, la Chiesa fa sentire la sua voce... E per ciò che la Chiesa sa che ogni trasformazione sociale deve necessariamente passare per una conversione dei cuori e prega a tal fine. Questa è la prima e la principale missione della Chiesa ».
90 Come già affermato, l'appello di Dio, di cui la sua Chiesa si fa eco, evidentemente è un richiamo alla condivisione, alla carità attiva e concreta che si indirizza non solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini. Come sempre, e oggi più che mai, la Chiesa è vicina a tutti coloro che svolgono un'azione umanitaria a servizio dei loro fratelli, per la soddisfazione dei loro bisogni e per la difesa dei loro diritti fondamentali.
Il contributo della Chiesa allo sviluppo della persona e dei popoli, non si limita unicamente alla lotta contro la miseria e il sottosviluppo. Esiste una povertà provocata dal convincimento che basti proseguire sulla via del progresso tecnico ed economico per rendere ogni uomo più degno di tale nome. Ma all'uomo non può bastare uno sviluppo senz'anima, e l'eccesso di opulenza risulta a suo danno, al pari dell'eccesso di povertà. E il « modello di sviluppo » creato dall'emisfero settentrionale e che questo diffonde nell'emisfero meridionale, ove il senso religioso ed i valori umani ivi presenti, rischiano di essere spazzati via dall'invasione di un consumismo fine a se stesso.

Il povero ed il ricco sono entrambi chiamati alla libertà

63. Dio non vuole la povertà del suo popolo, cioè di tutti gli uomini, poiché Egli nel grido di ciascuno di essi rivolge a noi una chiamata. Ci dice semplicemente che il povero, al pari del ricco accecato dalla sua ricchezza, sono entrambi uomini mutilati: il primo, per circostanze che lo oltrepassano suo malgrado, il secondo, a motivo delle sue stesse mani, troppo piene, e con la sua stessa complicità. Così ambedue si trovano ostacolati ad accedere alla libertà interiore alla quale Dio non cessa di chiamare tutti gli uomini.

Il povero « colmo di ricchezze » non troverà in questo un'egoistica rivalsa sulla cattiva sorte, bensì una condizione che gli consentirà infine di non vedere limitate le sue capacità fondamentali. Il ricco, « rimandato a mani vuote », non è punito per essere ricco, ma è liberato dalla pesantezza e dall'opacità inerenti al suo attaccamento troppo esclusivo ai beni, di qualsiasi natura essi siano. Il canto del Magnificat non è una condanna, ma un appello alla libertà e all'amore.

In questo processo di duplice guarigione, il povero è chiamato a sanare il suo cuore ferito da un'ingiustizia che può condurlo fino all'odio per se stesso e per gli altri. Il ricco è chiamato ad abbandonare il suo fardello di paccottiglie, lui che si tappa gli occhi e le orecchie e nasconde le profondità del suo cuore sotto le coltri delle sue povere ricchezze: denaro, potere, immagine e piaceri di ogni tipo, che riducono la percezione che ha nei confronti di se stesso e degli altri, e che, nel mentre aumentano i suoi beni, fanno crescere i suoi desideri.

La necessaria conversione del cuore dell'uomo

64. La fame nel mondo fa toccare con mano le debolezze degli uomini, a tutti i livelli: la logica del peccato evidenzia come il peccato stesso, questo male del cuore dell'uomo, è all'origine delle miserie della società, attraverso il meccanismo, se così si può dire, delle « strutture di peccato ». Per la Chiesa, sono l'egoismo colpevole, l