PONTIFICIO CONSIGLIO
"COR UNUM"
A FAME NEL MONDO
UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE
PRESENTAZIONE
Sono lieto di presentare il documento « La
fame nel mondo.
Una sfida per tutti: lo sviluppo solidale
». E stato preparato con tanta cura dal Pontificio
Consiglio « Cor Unum » su indicazione del
Santo Padre Giovanni Paolo II. Anche quest'anno
il Successore di Pietro nel suo Messaggio
quaresimale si è fatto voce di coloro ai
quali manca il minimo vitale: « La folla
di affamati, costituita da bambini, donne,
vecchi, migranti, profughi e disoccupati,
leva verso di noi il suo grido di dolore.
Essi ci implorano, sperando di essere ascoltati
».
Il documento si colloca nel solco indicato
da Cristo ai suoi discepoli.
La persona e il messaggio di Gesù si incentrano
infatti sulla manifestazione che « Dio è
amore » (1 Gv 4, 8), un amore che redime
l'uomo e lo trae dalla sua situazione di
molteplice miseria, per restituirlo alla
piena dignità. La Chiesa nel corso dei secoli
ha dato innumerevoli espressioni concrete
a questa sollecitudine di Dio.
La sua storia potrebbe essere scritta anche
come una storia della carità verso i più
poveri, attuata da cristiani che hanno testimoniato
ai loro fratelli bisognosi l'amore di Cristo
che dona la vita per il prossimo.
Lo studio qui pubblicato intende contribuire
all'impegno dei cristiani di condividere
le urgenze dell'uomo di oggi. I temi trattati
sono infatti di grande attualità. Questo
riguarda sia la descrizione della realtà
della fame nel mondo, sia l'implicanza etica
della questione, che investe tutti gli uomini
di buona volontà. La pubblicazione è di particolare
importanza in vista del Grande Giubileo del
2000 che la Chiesa si prepara a celebrare.
Lo spirito di tale documento non nasce da
alcuna ideologia, ma si fa guidare dalla
logica evangelica e invita alla sequela di
Gesù Cristo vissuta nella quotidianità.
Non posso far altro che auspicare una vasta
diffusione di questa pubblicazione, sperando
che essa contribuisca a formare le coscienze
all'esercizio della giustizia distributiva
e della solidarietà umana.
Città del Vaticano, 4 ottobre 1996, Festa
di San Francesco d'Assisi
+ Angelo Card. Sodano
Segretario di Stato
LA FAME NEL MONDO
UNA SFIDA PER TUTTI:
LO SVILUPPO SOLIDALE
« L'ampiezza del fenomeno chiama in causa
le strutture ed i meccanismi finanziari,
monetari, produttivi e commerciali, che,
poggiando su diverse pressioni politiche,
reggono l'economia mondiale: essi si rivelano
quasi incapaci sia di riassorbire le ingiuste
situazioni sociali, ereditate dal passato,
sia di far fronte alle urgenti sfide ed alle
esigenze etiche del presente. Sottoponendo
l'uomo alle tensioni da lui stesso create,
dilapidando ad un ritmo accelerato le risorse
materiali ed energetiche, compromettendo
l'ambiente geofisico, queste strutture fanno
estendere incessantemente le zone di miseria
e, con questa, l'angoscia, la frustrazione
e l'amarezza ». « Su questa difficile strada
— sulla strada dell'indispensabile trasformazione
delle strutture della vita economica — non
sarà facile avanzare se non interverrà una
vera conversione della mente, della volontà
e del cuore. Il compito richiede l'impegno
risoluto di uomini e di popoli liberi e solidali
» (Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Redemptor
hominis, 1979, n. 16).
INTRODUZIONE
Il diritto all'alimentazione è uno dei principi
proclamati nel 1948 dalla Dichiarazione universale
dei diritti dell'uomo.
2
La Dichiarazione sul progresso e lo sviluppo
nel settore sociale del 1969, sosteneva la
necessità di « eliminare la fame e la malnutrizione
e di garantire il diritto ad una adeguata
alimentazione ».
3 Parimenti, la Dichiarazione universale
per l'eliminazione definitiva della fame
e della malnutrizione, adottata nel 1974,
dichiara che ogni individuo « ha il diritto
inalienabile di essere liberato dalla fame
e dalla malnutrizione per potersi sviluppare
appieno e conservare le sue facoltà fisiche
e mentali ».
4 Nel 1992, la Dichiarazione mondiale sulla
nutrizione ha riconosciuto anche che « l'accesso
ad alimenti nutrizionalmente adeguati e privi
di pericoli è un diritto universale ».
5
Si tratta di indicatori molto espliciti.
La coscienza pubblica si è espressa senza
equivoci. Pur tuttavia milioni di individui
sono ancora segnati dai danni provocati dalla
fame e dalla denutrizione o dalle conseguenze
dell'insicurezza alimentare. La causa è forse
da ricercarsi nella mancanza di cibo? Proprio
per nulla: in linea di massima si conviene
sul fatto che le risorse della terra, considerate
globalmente, sono in grado di nutrire tutti
i suoi abitanti;
6 infatti, il cibo disponibile pro capite
a livello mondiale è aumentato del 18% circa
nel corso degli ultimi anni.
7
L'umanità si trova oggi di fronte ad una
sfida indubbiamente di ordine economico e
tecnico, ma ancor di più di ordine etico-spirituale
e politico. E una questione di solidarietà
vissuta e di sviluppo autentico, al pari
di una questione di progresso materiale.
1. La Chiesa ritiene che non si possano affrontare
i settori economico, sociale e politico prescindendo
dalla dimensione trascendente dell'uomo.
La filosofia greca, che tanto ha impregnato
di sé il mondo occidentale, era già di questo
avviso: l'uomo è in grado di scoprire e di
perseguire la verità, il bene e la giustizia
con i suoi propri mezzi, soltanto se la sua
coscienza è illuminata dal divino. Infatti,
è precisamente il divino che consente alla
natura umana di prendere in considerazione
i doveri disinteressati nei confronti dell'altro.
Parimenti, secondo il pensiero cristiano,
è la grazia divina che infonde nell'essere
umano la forza necessaria per agire secondo
il suo discernimento.
8 Tuttavia la Chiesa fa appello a tutti gli
uomini di buona volontà per portare a termine
questo compito titanico. Il Concilio Vaticano
II affermava: « Di fronte ad un tal numero
di affamati in tutto il mondo, il Concilio
insiste presso tutti e presso le autorità,
affinché si ricordino di queste parole dei
Padri della Chiesa: "Nutri colui che
è moribondo per fame, perché se non lo avrai
nutrito, lo avrai ucciso" ».
9 Tale solenne avvertimento sollecita ad
impegnarsi con risolutezza nella lotta contro
la fame.
2. L'urgenza di questo problema spinge il
Pontificio Consiglio « Cor Unum » a presentare
qui di seguito alcuni elementi della sua
ricerca; esso sente come suo dovere fare
appello alla responsabilità individuale e
collettiva affinché vengano adottate soluzioni
più efficaci e si schiera dalla parte di
coloro che già si applicano con molta dedizione
a questo nobile scopo.
Il presente documento cerca di analizzare
e di descrivere le cause e le conseguenze
del fenomeno della fame nel mondo in maniera
globale e non esaustiva. La riflessione è
illuminata soprattutto dal Vangelo e dall'insegnamento
sociale della Chiesa e non persegue un obiettivo
di portata congiunturale; perciò l'attenzione
non si focalizza sulle statistiche riguardanti
la situazione attuale, né sugli individui
a rischio di morire di fame, sulle percentuali
dei denutriti, o ancora sulle regioni più
minacciate e le misure economiche da prevedere.
Ispirato dalla missione pastorale della Chiesa,
questo documento vuole essere un appello
pressante ai suoi membri e all'intera umanità,
in quanto la Chiesa « "è esperta in
umanità": ciò la spinge ad estendere
necessariamente la sua missione religiosa
ai diversi campi, in cui uomini e donne dispiegano
la loro attività in cerca della felicità,
pur sempre relativa, che è possibile in questo
mondo ».
10 Oggigiorno la Chiesa si fa eco di questo
appello provocatorio che Dio rivolge a Caino,
quando gli chiede conto della vita di suo
fratello Abele: « Che hai fatto! La voce
del sangue di tuo fratello grida a me dal
suolo!... » (Gen 4, 10). Questo versetto
duro, quasi insopportabile, riferito alla
situazione dei nostri contemporanei che muoiono
di fame, non è una esagerazione ingiusta
o aggressiva; queste parole indicano una
priorità e vogliono giungere alle nostre
coscienze.
E un'illusione attendersi soluzioni preconfezionate:
ci troviamo in presenza di un fenomeno legato
alle scelte economiche dei dirigenti, dei
responsabili, ma anche dei produttori e dei
consumatori e che si ra ella crescita demografica è andato aumentando:
un miliardo di abitanti all'inizio del XIX
secolo, 1,65 all'inizio del XX, 3 miliardi
nel 1960, 4 miliardi nel 1975, 5,2 nel 1990,
5,5 nel 1993, 5,6 nel 1994.22 Nel mentre,
la situazione demografica è andata sviluppandosi
a ritmi diversi nei paesi « ricchi » e nei
paesi « in via di sviluppo ».23 Tale situazione
è in corso di evoluzione: la proliferazione,
va ricordato, è una reazione della natura
— e di conseguenza, dell'uomo — alle minacce
contro la sopravvivenza della specie.
Alcune ricerche evidenziano che, nella misura
in cui diventano più ricche, le popolazioni
passano da una situazione di alta natalità
ed alta mortalità a quella opposta: ridotta
natalità e ridotta mortalità.24 Il periodo
di transizione può risultare critico per
quanto attiene alle risorse alimentari; la
mortalità infatti diminuisce prima della
natalità. L'aumento della popolazione deve
essere accompagnato da cambiamenti tecnologici,
se non si vuole interrompere il ciclo regolare
della produzione agricola, non fosse altro
che per l'impoverimento dei terreni, la riduzione
di quelli a riposo e l'assenza di rotazione
agricola.
Le sue implicazioni
15. La crescita demografica rapida è causa
o conseguenza del sottosviluppo? Eccezion
fatta per alcuni casi estremi, la densità
demografica non spiega la fame. In merito
si osserva che, da una parte, è proprio nei
delta dei fiumi e nelle vallate sovrappopolate
dell'Asia che sono state realizzate le innovazioni
agricole della « rivoluzione verde »; dall'altra,
paesi poco popolati, quali lo Zaire o la
Zambia, pur se in grado di nutrire una popolazione
venti volte più numerosa senza dover ricorrere
a massicci lavori di irrigazione, restano
in realtà con difficoltà alimentari: il motivo
è da ricercarsi negli squilibri imposti dagli
Stati, dalla politica e dalla gestione economica
e non in cause oggettive o nella povertà
economica. Si sostiene attualmente che esistono
maggiori possibilità di contenere un'eccessiva
crescita demografica intervenendo per diminuire
la povertà di massa, piuttosto che vincere
la povertà limitandosi a ridurre il tasso
di crescita della popolazione.
25
Fin tanto che nei paesi in via di sviluppo
le famiglie continueranno a ritenere che
la loro produzione e la loro sicurezza, possano
essere assicurate solo da una prole numerosa,
la situazione demografica evolverà solo lentamente.
E necessario ribadire che più generalmente
sono le trasformazioni economiche e sociali
26 che consentono ai genitori di accogliere
il dono di un figlio. In questo ambito, l'evoluzione
dipende in gran parte dal livello socio-culturale
dei genitori. E necessario dunque prevedere
per le coppie un'educazione alla paternità
ed alla maternità responsabili, nel completo
rispetto dei principi etici e morali; conviene
facilitare loro l'accesso a metodi naturali
di pianificazione familiare che risultino
in armonia con la vera natura dell'uomo.
27
C) LE CAUSE POLITICHE
L'influenza della politica
16. Il blocco dell'afflusso di derrate alimentari
è stata utilizzato nel corso della storia,
ieri come oggi, quale arma politica o militare.
Può trattarsi di veri e propri crimini contro
l'umanità.
Il XX secolo ha conosciuto numerosi casi
del genere, quali, ad esempio:
a) Il blocco sistematico della fornitura
di cibo ai contadini ucraini da parte di
Stalin, attorno al 1930, con un bilancio
di circa otto milioni di morti. Questo crimine,
a lungo passato sotto silenzio o quasi, è
stato confermato recentemente in occasione
dell'apertura degli archivi del Cremlino.
b) I recenti assedi in Bosnia, specie quello
di Sarajevo, quando il meccanismo stesso
degli aiuti umanitari è stato preso in ostaggio.
c) Gli spostamenti forzati della popolazione
in Etiopia, per il raggiungimento del controllo
politico da parte del partito unico al governo;
il bilancio è stato di centinaia di migliaia
di morti a seguito della carestia provocata
dalle migrazioni forzate e dall'abbandono
delle culture.
d) Il blocco delle forniture alimentari in
Biafra, durante gli anni '70; lo si utilizzò
quale arma contro la secessione politica.
Il crollo dell'Unione Sovietica da un lato
ha eliminato le cause delle guerre civili,
provocate dal suo intervento diretto o dalle
reazioni ad esso: rivoluzioni senza sbocco,
spostamento forzato di popolazioni, disorganizzazione
dell'agricoltura, lotte tribali, genocidi.
Tuttavia sussistono o sono riapparse numerose
situazioni in grado di generare gli stessi
fenomeni. Anche se non dello stesso ordine
di grandezza, esse costituiscono nondimeno
un pericolo per le popolazioni: si tratta
segnatamente del risorgere dei nazionalismi,
favoriti da qualche Stato a regime ideologico
ma anche dalle ripercussioni a livello locale
delle lotte di influenza tra paesi industrializzati
o ancora, in alcuni paesi, e specie in Africa,
dalla lotta per il potere.
Da menzionare altresì le situazioni di embargo
per ragioni politiche, quali quelli nei confronti
di Cuba o dell'Iraq, i cui regimi vengono
considerati una minaccia per la sicurezza
internazionale e che prendono in ostaggio,
per così dire, le loro popolazioni. Di fatto,
sono le popolazioni stesse — oggetto di questo
tipo di atti di forza — ad esserne le prime
vittime. E per questo che i costi in termini
umanitari di tali decisioni debbono essere
presi in debita considerazione. D'altro canto,
alcuni responsabili politici fanno leva sulle
miserie del loro popolo, provocate dalle
loro stesse macchinazioni, per costringere
la comunità internazionale a ristabilire
l'afflusso di rifornimenti. Si tratta ogni
volta di una situazione specifica, da affrontare
caso per caso, nello spirito della Dichiarazione
Mondiale sulla Nutrizione, che afferma: «
L'aiuto alimentare non può essere rifiutato
per ragioni di obbedienza politica, di situazione
geografica, di sesso, di età o di appartenenza
ad un gruppo etnico, tribale o religioso
».
28
Esistono ulteriori ripercussioni dell'azione
politica sulla fame. A più riprese si è assistito
all'esportazione gratuita delle eccedenze
agricole (per esempio di grano) da parte
dei paesi industrializzati produttori, verso
alcuni paesi con difficoltà di sviluppo e
nei quali l'alimentazione di base è costituita
dal riso. Il vero obiettivo era quello di
sostenere i propri prezzi interni. Queste
esportazioni gratuite hanno prodotto risultati
molto negativi: la popolazione è stata portata
a modificare le sue abitudini alimentari,
scoraggiando in tal modo i produttori locali
i quali, viceversa, hanno bisogno di essere
fortemente sostenuti.
La concentrazione dei mezzi
17. Le differenze di condizioni economiche
all'interno dei paesi con difficoltà di sviluppo,
sono più vistose di quelle esistenti nei
paesi industrializzati o fra i paesi stessi.
La ricchezza ed il potere sono molto concentrati
nell'ambito di uno strato ristretto ma complesso
della popolazione, che è a contatto con gli
ambienti internazionali e in possesso del
controllo dell'apparato dello Stato, esso
stesso fortemente deficitario. Qualsiasi
tendenza al miglioramento vi è del tutto
assente mentre, a volte, si registrano nette
tendenze alla regressione economica e sociale.
Il divario fra il tenore di vita, non solo
ingenera situazioni conflittuali, che possono
condurre a violenze a catena, ma favorisce
inoltre il clientelismo quale unica possibilità
di realizzazione personale. Il risultato
è quello di paralizzare le iniziative possibili
sul piano meramente economico e, d'altro
canto, quello di impoverire profondamente
le motivazioni altruiste che esistono in
tutte le società tradizionali. In un tale
contesto, lo Stato svolge spesso un ruolo
preponderante, che gli consente di favorire
i settori di esportazione della produzione
— il che di per sé è un bene — lasciando
tuttavia uno scarso margine di profitto all'insieme
delle popolazioni locali.
In altri casi, per debolezza o per ambizione
politica, le autorità fissano i prezzi dei
prodotti agricoli a livelli talmente bassi
che i contadini finiscono per sovvenzionare
gli abitanti delle città, situazione che
favorisce l'esodo rurale. I mezzi di comunicazione
di massa, l'elettronica e la pubblicità,
contribuiscono anch'essi a questo spopolamento
delle campagne. L'aiuto allo sviluppo a beneficio
di questi paesi funge allora da incoraggiamento
più o meno indiretto a quei governi che perseguono
tali pericolose strategie e vengono in tal
modo a beneficiare di questo sostegno finanziario
del tutto illegittimo, in quanto le loro
politiche sono nettamente contrarie al vero
interesse dei loro popoli. I paesi industrializzati
debbono interrogarsi se in tal senso non
abbiano malauguratamente lanciato segnali
negativi per tanti anni.
Le destrutturazioni economiche e sociali
18. Le destrutturazioni economiche e sociali
sono la contemporanea risultanza di cattive
politiche economiche o tuttavia essenziali
a questi ultimi, se desiderano che la loro
azione a lungo termine non conduca all'autodistruzione.
Avviare politiche economiche e sociali difficili
e costose, senza tener conto della percezione
della realtà che ha il più piccolo, rischia
di portare entro un certo lasso di tempo
a vicoli ciechi, che sono assai onerosi per
la terra intera.
E quanto è avvenuto con il debito del Terzo
Mondo. Se i creditori ed i debitori avessero
considerato il punto di vista dei più poveri
quale uno degli elementi essenziali della
realtà — dando così prova di maggiore saggezza
— sarebbero stati indotti ad una maggiore
prudenza, e in molti paesi, l'avventura non
si sarebbe risolta così male o addirittura
avrebbe volto al meglio.
Nella complessità dei problemi da risolvere,
o piuttosto, nella complessità delle condizioni
di vita da migliorare, questo ascolto preferenziale
dei poveri consente di non cadere nella schiavitù
del breve termine, nella tecnocrazia, nella
burocrazia, nell'ideologia, nell'idolatria
del ruolo dello Stato o del ruolo del mercato;
gli uni e gli altri hanno la loro utilità
essenziale, ma in quanto strumenti da non
assolutizzare.
Gli organismi intermedi hanno specificamente
la funzione di far intendere la voce dei
poveri e di cogliere le loro percezioni,
al pari delle loro necessità e dei loro desideri.
Ma spesso, questi organismi sono particolarmente
disarmati di fronte al loro compito. Risentono
a volte della loro posizione di monopolio,
che li porta a coltivare il proprio potere;
altre volte di posizioni concorrenziali,
dove altri cercano di utilizzare il povero
come mezzo per accedere al potere. L'azione
dei sindacati è dunque particolarmente necessaria
e sfiora l'eroismo quando questi vogliono
svolgere una funzione così essenziale, senza
farsi distruggere o fagocitare.
41 In tali condizioni, la condivisione diventa
un'autentica collaborazione alla quale ciascuno
contribuisce, offrendo a tutti ciò di cui
necessita la comunità degli uomini. Il più
svantaggiato svolge il suo specifico ruolo,
tanto più essenziale essendo egli realmente
un escluso.
42 Questo paradosso non deve meravigliare
il cristiano. Il dovere di garantire a ciascuno
lo stesso diritto di accesso al minimo indispensabile
per vivere non è più unicamente obbligo morale
di condivisione con l'indigente — cosa già
notevole — ma reintegrazione nella stessa
comunità che, senza di lui, tende ad inaridirsi
e finanche a distruggersi. Il posto del povero
non è alla periferia, in una emarginazione
dalla quale si potrebbe tentare bene o male
di farlo uscire. Egli deve essere posto al
centro delle nostre preoccupazioni ed al
centro della famiglia umana. E là che potrà
svolgere l'unico ruolo unico che gli compete
nella comunità.
In questa prospettiva, la giustizia sociale,
che è anche giustizia commutativa, acquista
pieno significato. Fondamento di tutte le
azioni per la difesa dei diritti, assicura
la coesione sociale, la coesistenza pacifica
delle nazioni, ma anche il loro comune sviluppo.
Una società integrata
27. La concezione di una giustizia radicata
nella solidarietà umana, e che a questo titolo
comanda ai più forti di aiutare i più deboli,
deve condurre i nostri passi ovunque la voce
del povero si faccia sentire, per aprire
un solo cantiere ove giustizia, pace e carità
congiungano i loro sforzi.
Le società non possono validamente costituirsi
sull'esclusione di alcuni dei loro membri.
Ne consegue, per coerenza, ed è quindi implicito,
il diritto che anche i poveri hanno di organizzarsi
per meglio ottenere l'aiuto di tutti nella
lotta di liberazione dalla loro miseria.
La pace, un equilibrio di diritti
28. Una pace duratura non è frutto di un
equilibrio di forze ma di un equilibrio di
diritti. La pace non è neppure frutto della
vittoria del forte sul debole, ma, all'interno
di ogni popolo e fra i popoli, frutto della
vittoria della giustizia sui privilegi iniqui,
della libertà sulla tirannia, della verità
sulla menzogna,
43 dello sviluppo sulla fame, la miseria
o l'umiliazione. Per giungere ad una vera
ed autentica pace, ad un'effettiva sicurezza
internazionale, non è sufficiente impedire
le guerre ed i conflitti; è necessario anche
favorire lo sviluppo, creare condizioni in
grado di garantire il pieno godimento dei
diritti fondamentali dell'uomo.
44 In tale contesto, democrazia e disarmo
diventano due esigenze della pace, indispensabile
per uno sviluppo autentico.
Il disarmo, un'urgenza da cogliere
29. I conflitti regionali sono costati circa
diciassette milioni di morti in meno di mezzo
secolo.
« Negli anni '80, il totale mondiale delle
spese militari ha raggiunto un livello senza
precedenti in tempi di pace; valutate a un
bilione (mille miliardi) di dollari l'anno,
rappresentano all'incirca il cinque per cento
del totale del reddito mondiale ».
45 Di qui l'importanza e l'urgenza, per tutti
i responsabili politici ed economici, di
far sì che tali enormi somme stanziate per
la morte, nell'emisfero settentrionale come
in quello meridionale,
lo siano, d'ora in poi, per la vita. Un tale
atteggiamento costituirebbe il riscontro
fattuale delle ragioni morali che sostengono
il disarmo progressivo; in tal modo si potrebbero
rendere disponibili importanti risorse finanziarie
a vantaggio dei paesi in via di sviluppo,
somme indispensabili al loro autentico progresso.
46 Una « struttura di peccato » particolarmente
radicata è costituita dall'esportazione di
armi in misura superiore alle necessità legittime
di autodifesa dei paesi acquirenti, oppure
destinate a trafficanti internazionali, che
oggi propongono su catalogo le armi più sofisticate
a coloro che hanno i mezzi per acquistarle.
Su questo terreno fiorisce la corruzione,
ma il male è ancor più profondo. Si devono
lodare quei governi che, subentrati a regimi
che avevano impegnato i loro paesi nell'acquisto
di armi in quantità di gran lunga superiore
ai loro bisogni, hanno avuto il coraggio
di denunciare questi contratti, rischiando
in tal modo di alienarsi la benevolenza dei
paesi esportatori.
Rispetto dell'ambiente
30. La natura ci sta dando una lezione di
solidarietà che rischiamo di dimenticare.
Nella catena stessa della produzione alimentare,
tutti gli uomini si scoprono elementi attivi
o passivi di un ecosistema. Un nuovo campo
di responsabilità si apre alle coscienze.
Non si può voler contemporaneamente nutrire
un maggior numero di persone ed indebolire
l'agricoltura. Tuttavia, l'agricoltura risulta
tanto più inquinante (ricorso massiccio a
concimi, pesticidi e macchinari) quanto più
diffusa diventa l'industrializzazione, senza
che purtroppo a ciò faccia riscontro una
corretta lavorazione. Assieme ad altri elementi
necessari alla vita, aria e acqua, terreni
e foreste sono minacciati dall'inquinamento,
dal consumo eccessivo, dalla desertificazione
provocata dall'uomo e dal disboscamento.
In cinquant'anni, metà delle foreste tropicali
sono state rase al suolo, il più delle volte
per ricavarne terreni, o per politiche cieche
di sfruttamento accelerato, volto a riequilibrare
l'onere del debito. Nelle regioni più povere,
la desertificazione è provocata da pratiche
di sopravvivenza che aumentano la povertà:
pastorizia eccessiva, taglio di alberi ed
arbusti per la cottura degli alimenti e per
il riscaldamento.
47 Ecologia e sviluppo equo
31. Una gestione ecologicamente sana del
pianeta è urgente. Limitandosi al solo aspetto
della produzione agroalimentare — già notevole
— si evidenziano due elementi. In primo luogo,
il suo costo andrà integrato nell'attività
economica:
48 qui bisogna domandarsi se sono sempre
i poveri a doverne sopportare l'onere a scapito
della loro alimentazione. In secondo luogo,
la preoccupazione di comprendere meglio l'equilibrio
fra ecologia ed economia fa maturare l'idea
attuale di sviluppo duraturo.
Ma questo obiettivo non deve offuscare la
necessità di promuovere, con ancor maggior
vigore, uno sviluppo equo. In ultima analisi,
lo sviluppo non può essere duraturo se non
nella misura in cui è equo. Altrimenti, è
probabile che alle distorsioni attuali se
ne aggiungano di nuove.
Cogliere insieme la sfida
32. Fame e malnutrizione richiedono azioni
specifiche che non possono essere dissociate
da un impegno rinnovato per lo sviluppo integrale
della persona e dei popoli. Di fronte all'ampiezza
di questo fenomeno, la Chiesa Cattolica deve
sempre più contribuire a migliorare tale
situazione. Fa dunque appello alla partecipazione
di tutti, alla concertazione ed alla perseveranza.
Molti, fortunatamente, sono gli sforzi già
messi in atto per vincere la fame da parte
di singole persone, delle Organizzazioni
non governative, dei poteri pubblici e delle
Organizzazioni internazionali. Basti ricordare
soltanto la Campagna mondiale contro la fame
ed altre iniziative, alle quali i cristiani
partecipano volentieri.
Riconoscere il contributo dei poveri alla
democrazia
33. Il dinamismo dei poveri è poco conosciuto.
Per invertire questa tendenza è necessario
modificare vari atteggiamenti e prassi, economiche,
sociali, culturali e politiche. Quando i
poveri sono tenuti in disparte dall'elaborazione
di quei progetti che li riguardano, la storia
dimostra che, in linea di principio e non il risultato
di automatismi tecnici. E raccomandabile,
inoltre, serbare una quota maggiore di questo
aiuto al finanziamento di quei progetti che
vengono elaborati con la partecipazione degli
stessi poveri. Poiché in democrazia i responsabili
politici dipendono dalla loro opinione pubblica,
si dovrà sostenere uno sforzo di ampio respiro
affinché l'opinione pubblica acquisti più
chiara coscienza dell'importanza di questo
bilancio di aiuti per lo sviluppo. « Noi
tutti siamo solidarmente responsabili delle
popolazioni sottoalimentate (...) occorre
educare la coscienza al senso di responsabilità
che incombe a tutti e a ciascuno, specie
ai più favoriti ».
67L'aiuto pubblico pone numerosi problemi
di natura etica, sia ai paesi donatori che
a quelli destinatari. Ovunque, la moralizzazione
dei circuiti di nuova liquidità costituisce
un problema difficile, e la mancanza di etica
può risultare a vantaggio di gruppi di interesse
più o meno ufficiali, negli stessi paesi
esportatori. Si « congelano » in tal modo
situazioni di potere assimilabili alle «
strutture di peccato », che favoriscono ovunque
il clientelismo.
Si tratta di potenti meccanismi inibitori
delle vere riforme e dello sviluppo del bene
comune, che possono causare conseguenze nefaste
quali, per esempio, disordini locali e lotte
inter-tribali specialmente nei paesi più
fragili in tal senso.
La lotta contro queste « strutture di peccato
» è portatrice di grande speranza per i paesi
più svantaggiati.
Ripensare l'aiuto
44. Spetta ai paesi industrializzati non
soltanto aumentare i loro aiuti ai paesi
in via di sviluppo, ma anche ripensare la
maniera in cui tali aiuti vengono distribuiti.
Gli « aiuti vincolati » sono da criticare
se concepiti in funzione del paese erogatore
o donatore, e se abbinati a condizioni che
vincolano il paese ricevente tramite, ad
esempio, l'acquisto di beni prodotti nel
paese donatore, l'impiego di mano d'opera
specializzata straniera, a svantaggio della
mano d'opera locale, la conformità ai programmi
di aggiustamento strutturale, ecc. D'altro
canto, si può considerare il fatto che gli
aiuti non vincolati sono in grado di produrre
realmente i risultati migliori, come si è
verificato in numerosi casi. Tuttavia, conviene
non scartare a priori l'eventualità di aiuti
vincolati, nella misura in cui questi siano
concepiti quale mezzo per distribuire in
maniera equa i vantaggi derivanti alle varie
parti in causa o nella misura in cui consentano
una gestione sana dei mezzi a disposizione.
Gli aiuti di emergenza, una soluzione tampone
45. Gli aiuti alimentari di emergenza meritano
alcune osservazioni, in quanto oggetto di
controversie basate sulla considerazione
che tali aiuti non sono in grado di agire
sulle cause stesse del problema della fame.
Mezzi di azione umanitaria agli occhi di
alcuni, sono considerati, al contrario, da
altri, quale leva di sviluppo e addirittura,
da molti, come arma commerciale. Si rimprovera
loro, fra l'altro, di scoraggiare gli agricoltori
locali, di modificare le abitudini alimentari,
di fungere da mezzo di pressione politica
a motivo della dipendenza che inducono, di
giungere troppo tardi, di favorire il sorgere
di una mentalità assistenziale e, in ultimo,
di avvantaggiare i soli intermediari, di
favorire la corruzione e anche di non arrivare
ai più indigenti. In alcuni paesi vengono
protratti all'infinito, non senza motivo,
così da tramutarsi in elementi strutturali.
In tal caso vengono a costituire una forma
di aiuto permanente alla bilancia dei pagamenti,
in quanto riducono il deficit nazionale.
Tali aiuti possono essere concessi anche
quale forma di sostegno in periodi di aggiustamento
strutturale particolarmente difficile, nel
momento in cui vengono soppresse le sovvenzioni
per il consumo dei prodotti primari.
Gli aiuti alimentari di emergenza devono
rimanere una soluzione temporanea, all'unico
scopo di consentire ad una popolazione di
sopravvivere ad una situazione di crisi.
In quanto aiuto umanitario, non possono essere
contestati in linea di principio. In effetti,
sono unicamente le loro deviazioni a suscitare
critiche: per esempio, il loro arrivo spesso
tardivo o non confacente ai bisogni, la loro
distribuzione mal organizzata o distorta
dall'intervento di fattori politici, etnici
o dal clientelismo, i furti e la corruzione,
che impediscono ai viveri di giungere ai
più indigenti. E piuttosto l'aiuto strutturale
prolungato ad apparire agli uni come una
leva di sviluppo ed agli altri come un'arma
commerciale, un fattore di destabilizzazione
della produzione e delle abitudini alimentari,
una causa di dipendenza. In realtà, può avere
effetti sia benefici che nefasti. A prescindere
dal fatto che l'aiuto consente la sopravvivenza
di popolazioni intere, non bisogna passare
sotto silenzio i suoi aspetti positivi, quali
la possibilità di realizzare lavori infrastrutturali,
le transazioni triangolari, la creazione
di riserve negli stessi paesi in via di sviluppo.
Si tratta di un'arma a doppio taglio, di
cui tuttavia, non è possibile fare a meno.
La concertazione dell'aiuto
46. Si potrebbe ovviare ad alcune delle critiche
che questi aiuti alimentari suscitano potenziando
la concertazione fra i vari partners della
catena: Stati, autorità locali, ONG, associazioni
ecclesiali. Gli aiuti potrebbero venire limitati
nel tempo e meglio distribuiti alle popolazioni
con reale deficit alimentare; sarebbe anche
raccomandabile che venissero costituiti da
prodotti locali ogni qual volta ciò risultasse
possibile. Gli aiuti di emergenza debbono,
in primo luogo, contribuire a liberare le
popolazioni dalla loro dipendenza. A tal
fine, a prescindere dall'infrastruttura soddisfacente
o meno e dalle capacità locali di distribuzione,
gli aiuti debbono accompagnarsi a progetti
che mirino a premunire le popolazioni colpite
da future penurie alimentari. E in tal modo
che gli aiuti di emergenza, devoluti a determinate
condizioni, potranno considerarsi alla stregua
di una incisiva azione di solidarietà internazionale.
Di fatto, questo tipo di assistenza non sarà
in grado di offrire « una soluzione soddisfacente
nella misura in cui si continua a tollerare
una miseria estrema, che non cessa di aggravarsi
provocando un numero sempre maggiore di vittime
della malnutrizione e della fame ».
68 La sicurezza alimentare: una soluzione
permanente
47. Il problema della fame non potrà risolversi
se non rafforzando a livello locale i quattro
elementi costitutivi della « sicurezza alimentare
».
69 « La sicurezza alimentare esiste nel momento
in cui tutti gli abitanti hanno liberamente
accesso agli alimenti necessari a condurre
una vita sana ed attiva ».
70 A questo scopo, è importante mettere a
punto programmi che valorizzino la produzione
locale, una legislazione efficace che protegga
le terre agricole e ne assicuri l'accesso
alla popolazione rurale. La mancata realizzazione
di queste misure nei paesi in via di sviluppo
è dovuta al frapporsi di numerosi ostacoli
che vi si oppongono. Infatti diviene sempre
più difficile e complesso per i responsabili
politici ed economici di questi paesi mettere
a punto una politica agricola. Fra le più
importanti cause del fenomeno ricordiamo
la fluttuazione dei prezzi e delle valute
provocata anche dalla sovrapproduzione di
prodotti agricoli. Per garantire la sicurezza
alimentare si dovrà favorire la stabilità
e l'equità del commercio internazionale.71
Priorità alla produzione locale
48. L'importanza primaria dell'agricoltura
nell'ambito di ogni processo di sviluppo,
è ormai riconosciuta. Quale che sia l'evoluzione
della congiuntura commerciale internazionale,
l'indipendenza economica e politica, ma anche
la situazione alimentare dei paesi in via
di sviluppo, avrebbero molto da guadagnare
dalla messa a punto di sistemi agricoli in
grado di privilegiare lo sviluppo interno,
pur rimanendo aperti all'esterno. Tutto ciò
richiede la creazione di un ambiente economico
e sociale basato su una migliore conoscenza
ed una migliore gestione dei mercati agricoli
locali, sul rafforzamento del credito rurale
e della formazione tecnica, sulla garanzia
di prezzi locali remunerativi, su migliori
circuiti di trasformazione e di commercializzazione
dei prodotti locali, oltre che su un'effettiva
concertazione fra i paesi in via di sviluppo,
un'organizzazione degli stessi lavoratori
agricoli e la difesa collettiva dei loro
interessi. Sono questi altrettanti obiettivi
la cui realizzazione dipende dalla competenza
come pure dalla volontà degli uomini.
L'importanza della riforma agraria
49. La produzione alimentare locale è spesso
ostacolata da una cattiva distribuzione delle
terre e dall'utilizzo irrazionale dei terreni.
Oltre la metà della popolazione dei paesi
in via di sviluppo non possiede terra e tale
proporzione è in aumento.
72 Anche se quasi tutti questi paesi hanno
elaborato politiche di riforma agraria, pochi
sono quelli che le hanno tradotte in pratica.
Inoltre, gli spazi agricoli utilizzati dalle
società alimentari multinazionali, sono destinati
a nutrire quasi esclusivamente le popolazioni
dell'emisfero Nord ed i sistemi di coltivazione
adottati tendono ad impoverire i terreni.
Si fa urgente una « riforma coraggiosa delle
strutture e di nuovi modelli di rapporti
fra gli Stati e le popolazioni ».
73Ruolo della ricerca e dell'educazione
50. I tare una qualsiasi manipolazione
diretta o indiretta dei mercati.
b) La promozione di orti familiari, specie
in quelle regioni in cui la povertà priva
le persone, in particolar modo i capi famiglia
ed i loro cari, del pur minimo accesso all'utilizzo
della terra come pure all'alimentazione di
base, sulla scia di quanto il Papa Leone
XIII invocava, per le stesse ragioni, a favore
degli operai del XIX secolo: « (l'uomo) giunge
a mettere tutto il suo cuore nella terra
che lui stesso ha coltivato, che promette,
a lui ed ai suoi, non soltanto lo stretto
necessario, ma anche una certa agiatezza....
».
88
Nella maggior parte delle aree del mondo,
è necessario prevedere ed adottare iniziative
atte a fornire ai più poveri la disponibilità
di un angolo di terra, le nozioni necessarie
e anche un minimo di attrezzi agricoli strumenti,
consentendo in tal modo di compiere passi
rilevanti per uscire da situazioni di miseria
estrema.
In ultimo, ed in una prospettiva più ampia,
si raccoglieranno testimonianze e studi basati
sull'esperienza e sull'osservazione in contesti
specifici, per tentare di costituire una
banca dati che illustri in termini pratici,
da tutte le angolazioni, le reali situazioni
di « strutture di peccato » e di « strutture
di bene comune ».89
V
LA FAME: UN APPELLO ALL'AMORE
Il povero ci chiama all'amore
60. In tutti i paesi del mondo, l'esperienza
della vita quotidiana ci sollecita — se non
chiudiamo gli occhi — a incrociare lo sguardo
di coloro che hanno fame. In questo sguardo,
è « la voce del sangue di tuo fratello che
grida a me dal suolo » (Gen 4, 10).
Sappiamo che è Dio stesso che ci chiama in
colui che ha fame. La sentenza del Giudice
universale condanna senza alcuna clemenza:
« ... Via, lontano da me, maledetti, nel
fuoco eterno preparato per il Diavolo ed
il suoi angeli. Perché ho avuto fame e non
mi avete dato da mangiare... » (Mt 25, 41
ss).
Queste parole che salgono dal cuore di Dio
fattosi uomo, ci fanno comprendere il significato
profondo del soddisfacimento dei bisogni
elementari di ogni uomo agli occhi del suo
Creatore: non abbandonate colui che è fatto
ad immagine di Dio, voi abbandonereste il
Signore stesso. E Dio stesso che ha fame
e che ci chiama nel gemito di colui che ha
fame. Discepolo del Dio che si rivela, il
cristiano è sollecitato ad ascoltare, se
così si può dire, l'appello del povero. E
infatti un appello all'amore.
La povertà di Dio
61. Secondo gli autori dei salmi, i canti
del Vecchio Testamento, « i poveri » si identificano
con i « giusti », con coloro « che cercano
Dio », « che lo temono », che « hanno fiducia
in lui », che « sono benedetti », che « sono
i suoi servitori » e « conoscono il suo nome
».
Come riflessa in uno specchio concavo, tutta
la luce degli « ANAWIM », i poveri della
prima Alleanza, converge verso la donna che
costituisce la cerniera fra i due Testamenti:
in Maria riluce tutta la dedizione a Yahvè
e tutta l'esperienza che guida il popolo
di Israele, e si incarna nella persona di
Gesù Cristo. Il « Magnificat » è la lode
che gli rende testimonianza: l'inno dei poveri
la cui ricchezza è tutta in Dio (cf. Lc 1,
46 ss).
Questo canto si apre con un'esplosione di
gioia che esprime un'immensa gratitudine:
« L'anima mia magnifica il Signore ed il
mio spirito esulta in Dio mio salvatore ».
Ma non sono le ricchezze o il potere che
fanno esultare Maria: infatti, ella si vede
piuttosto « piccola, insignificante e umile
». Questa idea di base ispira tutta la sua
lode e si oppone radicalmente a coloro che
mirano a soddisfare la loro sete d'orgoglio,
di potere e di ricchezza. Chi si atteggia
in tal modo sarà « disperso », « rovesciato
dal suo trono », « rinviato a mani vuote
».
Gesù stesso riprende questo insegnamento
di sua Madre nel suo discorso evangelico
sulle Beatitudini, che iniziano — e non a
caso — con l'espressione « beati i poveri
». Le sue parole indicano in cosa consista
l'uomo nuovo, in opposizione alle « ricchezze
» che costituiscono l'oggetto delle sue critiche.
E ai poveri che si indirizza la sua Buona
Novella (cf. Lc 4, 18). L'« inganno delle
ricchezze », al contrario, allontana dalla
sequela di Cristo (cf. Mc 4, 19). Non si
possono servire due padroni, Dio e Mammona
(cf. Mt 6, 24). La preoccupazione per il
domani è indice di mentalità pagana (cf.
Mt 6, 32). Per il Signore non si tratta di
belle parole; infatti ne dà testimonianza
con la propria vita: « Ma il figlio dell'uomo,
lui, non ha ove posare il capo » (Mt 8, 20).
La Chiesa è con i poveri
62. Il precetto biblico non va né falsato
né taciuto: è in controtendenza con lo spirito
del mondo e con la nostra sensibilità naturale.
La nostra natura e la nostra cultura sono
turbate davanti alla povertà.
La povertà evangelica è a volte oggetto di
commenti cinici da parte degli indigenti,
come pure da parte dei benestanti. I cristiani
sono accusati di voler perpetuare la povertà.
Un tale disprezzo della povertà sarebbe propriamente
diabolico. Il segno di Satana (cf. Mt 4)
è quello di opporsi alla volontà di Dio facendo
riferimento alla sua Parola.
Un discorso del Papa Giovanni Paolo II può
aiutarci ad evitare di giungere a tale conclusione,
che ci permetterebbe di giustificare il nostro
egoismo. In occasione della sua visita alla
favela del Lixão de São Pedro, in Brasile,
il 19 ottobre 1991, il Santo Padre, riflettendo
sulla prima beatitudine del Vangelo di San
Matteo, illustrò il nesso fra povertà e fiducia
in Dio, fra beatitudine ed abbandono totale
al Creatore. E dichiarava: « Ma esiste un'altra
povertà, molto diversa da quella che Cristo
proclamava beata, e che colpisce una moltitudine
di nostri fratelli, impedendone lo sviluppo
integrale in quanto persone. Di fronte a
questa povertà, che è carenza e privazione
dei beni materiali necessari, la Chiesa fa
sentire la sua voce... E per ciò che la Chiesa
sa che ogni trasformazione sociale deve necessariamente
passare per una conversione dei cuori e prega
a tal fine. Questa è la prima e la principale
missione della Chiesa ».
90 Come già affermato, l'appello di Dio,
di cui la sua Chiesa si fa eco, evidentemente
è un richiamo alla condivisione, alla carità
attiva e concreta che si indirizza non solo
ai cristiani, ma a tutti gli uomini. Come
sempre, e oggi più che mai, la Chiesa è vicina
a tutti coloro che svolgono un'azione umanitaria
a servizio dei loro fratelli, per la soddisfazione
dei loro bisogni e per la difesa dei loro
diritti fondamentali.
Il contributo della Chiesa allo sviluppo
della persona e dei popoli, non si limita
unicamente alla lotta contro la miseria e
il sottosviluppo. Esiste una povertà provocata
dal convincimento che basti proseguire sulla
via del progresso tecnico ed economico per
rendere ogni uomo più degno di tale nome.
Ma all'uomo non può bastare uno sviluppo
senz'anima, e l'eccesso di opulenza risulta
a suo danno, al pari dell'eccesso di povertà.
E il « modello di sviluppo » creato dall'emisfero
settentrionale e che questo diffonde nell'emisfero
meridionale, ove il senso religioso ed i
valori umani ivi presenti, rischiano di essere
spazzati via dall'invasione di un consumismo
fine a se stesso.
Il povero ed il ricco sono entrambi chiamati
alla libertà
63. Dio non vuole la povertà del suo popolo,
cioè di tutti gli uomini, poiché Egli nel
grido di ciascuno di essi rivolge a noi una
chiamata. Ci dice semplicemente che il povero,
al pari del ricco accecato dalla sua ricchezza,
sono entrambi uomini mutilati: il primo,
per circostanze che lo oltrepassano suo malgrado,
il secondo, a motivo delle sue stesse mani,
troppo piene, e con la sua stessa complicità.
Così ambedue si trovano ostacolati ad accedere
alla libertà interiore alla quale Dio non
cessa di chiamare tutti gli uomini.
Il povero « colmo di ricchezze » non troverà
in questo un'egoistica rivalsa sulla cattiva
sorte, bensì una condizione che gli consentirà
infine di non vedere limitate le sue capacità
fondamentali. Il ricco, « rimandato a mani
vuote », non è punito per essere ricco, ma
è liberato dalla pesantezza e dall'opacità
inerenti al suo attaccamento troppo esclusivo
ai beni, di qualsiasi natura essi siano.
Il canto del Magnificat non è una condanna,
ma un appello alla libertà e all'amore.
In questo processo di duplice guarigione,
il povero è chiamato a sanare il suo cuore
ferito da un'ingiustizia che può condurlo
fino all'odio per se stesso e per gli altri.
Il ricco è chiamato ad abbandonare il suo
fardello di paccottiglie, lui che si tappa
gli occhi e le orecchie e nasconde le profondità
del suo cuore sotto le coltri delle sue povere
ricchezze: denaro, potere, immagine e piaceri
di ogni tipo, che riducono la percezione
che ha nei confronti di se stesso e degli
altri, e che, nel mentre aumentano i suoi
beni, fanno crescere i suoi desideri.
La necessaria conversione del cuore dell'uomo
64. La fame nel mondo fa toccare con mano
le debolezze degli uomini, a tutti i livelli:
la logica del peccato evidenzia come il peccato
stesso, questo male del cuore dell'uomo,
è all'origine delle miserie della società,
attraverso il meccanismo, se così si può
dire, delle « strutture di peccato ». Per
la Chiesa, sono l'egoismo colpevole, l